Negli ultimi anni, caratterizzati da una crisi di fiducia e di sviluppo nel sistema economico italiano, la grande impresa pubblica ha rappresentato, in diverse occasioni, il fiore all’occhiello del Paese. A partire dalla fine della Prima Repubblica, l’ondata di privatizzazioni portata avanti, in particolare, dai governi del centro-sinistra, primo fra tutti quello di Romano Prodi, ex direttore-liquidatore dell’Iri, ha smantellato un sistema economico a trazione mista che, nel secondo dopoguerra, con tutte le sue inefficienze si era comunque dimostrato valido per proiettare l’Italia nel gotha delle economie mondiali.

Secondo Giuseppe Berta, le privatizzazioni non garantirono il passaggio da un’economia mista a un sistema concorrenziale di libero mercato ma nei settori privatizzati, come si legge in Che fine ha fatto il capitalismo italiano, “il grado di concorrenza è diminuito” e si è avviato un “depauperamento del sistema produttivo di cui l’Italia reca ancora le conseguenze”.

Casi come quelli di Telecom e esempi recenti e drammatici come quello delle Autostrade segnalano come alle privatizzazioni o alla concessione di servizi di interesse strategici a oligopoli o monopoli privati si sia, sul lungo periodo, associato un decadimento nelle prospettive strategiche delle aziende interessate e delle loro potenzialità di investimento. Per una pubblicistica editoriale che da oltre 25 anni mitizza la privatizzazione come via maestra allo sviluppo, risulta difficile da credere il fatto che, allo stato attuale delle cose, a trainare la proiezione dell’economia italiana nel mondo non siano affatto gli enti ceduti dallo Stato ma bensì imprese di indirizzo strategico in cui il pubblico esercita tutt’oggi il controllo d’indirizzo strategico attraverso il possesso di quote di maggioranza relativa.

La nuova cabina di regia sugli investimenti pubblici

L’11 ottobre scorso, a tal proposito, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha riunito Palazzo Chigi i manager delle principali partecipate italiane, avviando la prima “cabina di regia” sugli investimenti pubblici del nuovo esecutivo, fortemente sponsorizzata da Paolo Savona e Giovanni Tria

Obiettivo principale il coordinamento di nuovi investimenti sul territorio nazionale per creare occupazione.Conte ha rivelato che c’è un piano di investimenti aggiuntivi rispetto a quelli programmati per il prossimo quinquennio:“Stiamo parlando di 15 miliardi in più, che potrebbero arrivare a 20 se riuscissimo a realizzare tutta la semplificazione burocratica e le riforme strutturali”.

Vera e propria “banca di Stato” de facto, Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), controllata all’83% dal ministero dell’Economia e delle Finanze e attiva nella gestione di asset dal valore di 410 miliardi di euro, appare l’impresa destinata a rivolgere al mercato nazionale il maggiore flusso di investimenti, che dai 22 miliardi programmati potrebbero salire fino a 35 da qui al 2023.

Orientare verso il mercato nazionale lo sviluppo della grande impresa pubblica è una priorità fondamentale. Al tempo stesso, è doveroso ricordare come le partecipate statali agiscano molto spesso come vere e proprie proiezioni del sistema-Paese al di fuori dei confini nazionali. La storia di successo di tre colossi può offrire spunti notevoli in tal senso.

Eni va di corsa, dalla Libia all’Alaska

Controllata dallo Stato tramite Cdp, Eni è la regina delle grandi imprese pubbliche italiane e, oltre a costituire un player di rilievo mondiale nel mercato energetico, con le sue attività influenza in maniera notevole l’interesse energetico nazionale.

Negli ultimi mesi, Eni ha amplificato notevolmente il suo raggio d’azione. A novembre 2017 Eni è stata la prima impresa petrolifera a ricevere dal Presidente statunitense Donald Trump l’autorizzazione a operare nell’area artica dell’Alaska e nello scorso mese di agosto, scrive Energia Oltre“il Cane a sei zampe ha acquisito 124 licenze esplorative, che comprendono un’area totale di circa 1400 kmq, da Caelus Alaska Exploration Company, Llc”.

In Libia, invece, Eni ha contribuito a far segnare un punto all’Italia nella contesa per l’influenza sul Paese che lo divide dalla Francia di Macron siglando un’importante intesa con British Petroleum per rilevare il 42,5% dei giacimenti del gruppo inglese e contribuire a rilanciarne la produzione. L’accordo, si legge su questa testata, “è stato formalizzato in una lettera di intenti firmata dall’amministratore delegato del gruppo Eni, Claudio Descalzi, l’ad di British Petroleum, Bob Dudley, e il presidente della National Oil Corporation Mustafa Sanalla”, escludendo dall’operato la francese Total.

L’Africa è un’importante area d’azione per il gruppo di San Donato Milanese. A giugno Eni ha scoperto un giacimento da 300 milioni di barili al largo delle coste dell’Angola, Paese in cui è attiva sin dal 1980 e dove ha oggi una produzione di 155mila barili al giorno, e nel grande e problematico continente porta con le sue attività l’Italia al vertice degli investitori attivi nella sua economia.

Anche Enel fa affari in Africa

L’Africa è un terreno ricco di opportunità anche per Enel, che nel settore specifico dell’energia rinnovabile e del fotovoltaico risulta attiva in diversi Paesi. Come riporta Repubblicanell’ottobre 2017 Enel Green Power “è stata selezionata come miglior offerente per la realizzazione di un primo impianto fotovoltaico per complessivi 100 megawatt. Un annuncio significativo non tanto per le dimensioni del progetto, ma perché per Egp  costituisce l’ingresso ufficiale in un Paese che ha grandi progetti nel campo” e che si unisce al Marocco nella definizione della nuova frontiera delle rinnovabili. Nel Paese maghrebino Enel è attiva nello sviluppo di cinque parchi eolici per la produzione di 850 Mw.

Secondo Antonio Cammisecra, Ad di Enel Green Power, “per far fronte alla crescente domanda di elettricità, al fenomeno dell’urbanizzazione e per risolvere il problema di accesso all’energia elettrica che affligge centinaia di milioni di persone nel continente, la risposta più rapida, sostenibile e competitiva sono gli impianti rinnovabili su scala industriale connessi alla rete”. E la sua azienda è in prima fila per favorire una trasformazione che potrebbe avere grandi risvolti economici.

Leonardo sbarca in Cina

Per concludere, sono mesi di successi anche per Leonardo, gruppo attivo nel settore della Difesa e dell’aerospaziale, che starebbe per firmare un accordo di collaborazione con la cinese Comac (Commercial Aircraft of China) per la costruzione in consorzio del nuovo velivolo passeggeri “a fusoliera larga” Cr 929

Concentrata su cinque società controllate (Augusta-Westland, Alenia Aermacchi, Selex Es, Oto Melara e Wass”, la società italiana, scrive Paolo Mauri, “leader mondiale nel settore, nasce ufficialmente il 28 aprile del 2016 come eredità di Finmeccanica e ad oggi rappresenta una consolidata realtà industriale nel campo militare e civile che ha mercato, tramite varie acquisizioni, in Paesi come il Regno Unito e gli Stati Uniti, senza dimenticare le collaborazioni con altri importanti giganti del settore come la francese Thales e, appunto, la russa Uac”.

Eni, Enel e Leonardo rappresentano realtà virtuose e dinamiche, che con le loro competenze e i loro affari costruiscono un’ottima piattaforma per l’interesse nazionale in materia economica, aprono la strada a partenariati politici e intese commerciali con attività “di frontiera”. Non è più l’epoca di colossi come l’Iri, ma l’impresa pubblica può ancora dire, legittimamente, la sua nella definizione degli equilibri del sistema Paese. E di fronte alle numerose responsabilità di diversi grandi imprese private italiane nel depauperamento dell’economia nazionale, eccellenze virtuose a parte (Luxottica, Salini-Impregilo, Barilla), questa è un’ottima notizia per l’Italia.

Articolo di Andrea Muratore