Justin Trudeau rischia di essere la prima, eccellente, vittima di Donald Trump, ancora prima che il presidente eletto degli Stati Uniti torni ufficialmente alla Casa Bianca il 20 gennaio 2025. Il governo del primo ministro canadese, infatti, sta attraversando una fase particolarmente difficile in attesa delle elezioni federali che si terranno il 20 ottobre 2025. Secondo i sondaggi, i conservatori di Pierre Poilievre godono di un enorme vantaggio di 21 punti nei sondaggi (43%), sufficiente a garantirgli una larga maggioranza con oltre 200 seggi. I Liberali di Trudeau sono al minimo storico di consensi (21%), mentre l’NDP si avvicina pericolosamente al secondo posto. Ma il governo potrebbe non sopravvivere fino al prossimo ottobre e Trudeau si appresta ad affrontare una “Tempesta perfetta” con il ritorno di Trump alla Casa Bianca e la prospettiva di una dura guerra commerciale che incombe su un’economia già in grosse difficoltà.
Altra tegola per Trudeau: si dimette Freeland
L’ultima tegola per Trudeau è arrivata nella giornata di lunedì 16 dicembre, quando è stata diffusa la lettera di dimissioni di Chrystia Freeland, Vice Primo Ministro e Ministro delle Finanze del governo canadese. Ex giornalista del Financial Times e scrittrice, Freeland è stata reclutata da Justin Trudeau nel 2013 e, da allora, era considerata una fedelissima prima della recente rottura. Ma cosa c’entra Trump con la crisi canadese? Le dimissioni precedono di poche ore la prevista presentazione del primo piano economico canadese in risposta all’imminente insediamento dell’amministrazione del tycoon, il quale ha minacciato un dazio del 25% su tutti i beni e servizi provenienti dal Canada. La politica di “America First” di Trump rappresenta un rischio esistenziale per l’economia canadese, e le divergenze su come affrontare questa sfida hanno spinto Freeland a lasciare il governo.
“Nelle scorsi settimane, tu e io ci siamo trovati in disaccordo sulla migliore strada da seguire per il Canada”, ha scritto Chrystia Freeland in una lettera al primo ministro.Oggi il nostro Paese affronta una sfida grave. La prossima amministrazione degli Stati Uniti sta adottando una politica di nazionalismo economico aggressivo, che include la minaccia di dazi del 25%. Dobbiamo prendere questa minaccia estremamente sul serio”. Freeland ha sottolineato che il Canada deve mantenere “le riserve fiscali intatte oggi” per essere pronti a fronteggiare una “guerra commerciale imminente“.
Il primo ministro umiliato da The Donald
Ancor prima di mettere piede alla Casa Bianca, il tycoon ha letteralmente “bullizzato” Trudeau, mandando nel panico il suo traballante e impopolare governo progressista. The Donald ha sfruttato le tensioni già esistenti con il Canada ancor prima di entrare in carica, minacciando dazi sulle merci canadesi e mettendo il Paese in agitazione. Ha pubblicamente provocato Justin Trudeau, definendolo il “governatore del grande stato del Canada”, suscitando dibattiti su come il premier canadese avrebbe dovuto reagire. E nelle scorse ore ha commentato con sarcasmo le dimissioni di Freeland.
L’addio di Freeland, ex ministro delle Finanze e figura chiave nella gestione delle relazioni tra Canada e Stati Uniti, rischia di essere fatale per il Primo ministro, che non sembra essere in grado di affrontare la grave crisi politica. Freeland, infatti, era stata fondamentale durante la difficile rinegoziazione del NAFTA con Trump, ottenendo un accordo che salvaguardava gli interessi commerciali canadesi. Inoltre, il presidente repubblicano riporterà l’attenzione sulla spesa per la difesa del Canada, da quest’ultimo sempre criticata per essere ben al di sotto del target NATO del 2% del PIL.
Trudeau ora è sempre più sotto pressione per dimettersi, complice il malcontento diffuso per l’aumento del costo della vita e una percezione crescente di inefficienza politica. Come altri leader occidentali in questo momento di grande turbolenze sul piano geopolitico internazionale – Emmanuel Macron in Francia, Olaf Scholz in Germania – Trudeau sembra essere giunto al capolinea. Una “stella” progressista ormai decadente e sbiadita.

