Scriviamo mentre a Ginevra si stanno svolgendo negoziati chiave tra Iran e Stati Uniti, sospesi tra speranza e paura. Tutto dipende da quanto ha scritto su X il segretario del Consiglio di difesa iraniano, Ali Shamkhani: se le trattative intendono rassicurare il mondo che l’Iran non si doti di un’arma nucleare l’accordo è a portata di mano.

Se, invece, le pressioni di Washington e Tel Aviv continuano a essere dirette su altri obiettivi, cioè il disarmo dell’Iran e la rescissione dei rapporti con i suoi alleati regionali, tematiche che ufficialmente non sono oggetto dei colloqui in corso, sarà guerra.
Sulla pretesa che l’Iran riduca il suo arsenale missilistico, una lucida nota di Gideon Levy su Haaretz dal titolo: “Israele ha fatto una guerra di annientamento a Gaza. Ora vuole che tutti tranne sé stesso disarmino”. Già perché la richiesta eliminare l’apparato bellico dell’Iran segue analoghi diktat, accompagnati da diuturni bombardamenti, rivolti ad Hamas, Hezbollah e Houti.

La richiesta all’Iran, ricorda Levy, discende dalla connotazione di Teheran come un regime terrorista, che minaccia la pace regionale a causa delle sue armi di distruzione di massa. “Ma questa caratterizzazione è vera anche per un altro Paese del Medio Oriente”, scrive Levy. “Israele è armato fino ai denti e il suo regime promana terrore contro una parte dei suoi cittadini, il che mette a repentaglio la pace regionale. Un Paese del genere non ha alcuna autorità né il permesso di gestire gli armamenti dei suoi vicini e di decidere cosa sia loro consentito avere o meno”.
“Israele sta lavorando per disarmare e smilitarizzare la maggior parte dei paesi e dei gruppi armati che lo circondano, senza però smettere di armarsi. Questo è un approccio arrogante e inaccettabile”. Inoltre, Netanyahu e i leader messianici che potrebbero succedergli non sono meno irresponsabili di altri leader regionali, tanto che, aggiunge Levy, “Israele potrebbe mettere a repentaglio la pace regionale non meno degli ayatollah”.
In realtà già oggi ha terremotato tale pace avendo aperto sette fronti, come accenna di seguito Levy per concludere: “Un paese del genere è pericoloso. La maggior parte del mondo ancora lo tollera o, purtroppo, gli permette di fare ciò che non è consentito a nessun altro paese: occupazione, crimini di guerra, genocidio, apartheid e, secondo alcune pubblicazioni straniere, persino lo sviluppo di armi nucleari. Ma da qui alla realizzazione di tutte le sue sfacciate richieste, la strada è ancora lunga. Disarmare l’Autorità nazionale palestinese, Hamas, Hezbollah, gli Houthi e anche l’Iran, e rimanere in possesso di tutte le proprie armi? Un Paese con l’esclusiva” sul possesso delle armi…
“Questo incredibile fenomeno ha toccato l’apice durante la guerra nella Striscia di Gaza. Israele ha dimostrato quanto sia pericoloso lasciare che possieda armi senza avere nessuna restrizione in proposito e quanto ciò metta a repentaglio la pace regionale, il diritto internazionale e, soprattutto, l’umanità. Un paese che ha intrapreso una guerra di annientamento dichiarata è un paese pericoloso. Sarà un paese del genere a decidere se altre nazioni dovrebbero avere o meno determinati tipi di armamenti?”
“[…] L’Iran ha un regime dispotico e fondamentalista. Ma che tipo di governo esiste in Cisgiordania? Il modo con cui il governo iraniano tratta i suoi cittadini è peggio del trattamento che Israele riserva ai palestinesi? Entrambi i Paesi detengono migliaia di prigionieri politici e anche qui si verificano rapimenti nel cuore della notte senza processo e si consumano torture mortali nelle carceri. I diritti di un palestinese a Nablus sono peggiori di quelli di un iraniano a Mashad. Quando Israele cerca di spingere gli Stati Uniti ad attaccare l’Iran, vale la pena che prima guardi se stesso”.
Fin qui Levy. Qualche parola ulteriore va spesa poi per l’alfiere della libertà che Israele, e meno gli Stati Uniti, vorrebbero porre alla guida dell’Iran nel caso riuscisse, cosa ardua, un regime-change: Reza Pahlavi, figlio dello scià deposto dalla rivoluzione islamica del ’78 – 79.
Superfluo richiamare i rapporti conclamati tra questi e Israele, più proficuo ripercorrere la storia iraniana, come fa Dahlia Scheindlin su Haaretz, la quale ricorda come la rivoluzione ebbe un grande sostegno popolare perché poneva fine al regime sanguinario degli scià iniziato nel ’53 con il colpo di stato contro il presidente Mossadeq – messo a segno da Usa e Gran Bretagna – che chiuse la breve parentesi della giovane democrazia iraniana.
Per rinverdire i fasti degli scià, la Scheindlin ricorre a un volume edito di recente che riprende quanto scrisse al tempo l’autorevole scrittore iraniano Reza Baraheni: “Baraheni osserva che il padre dello scià, Reza Khan (nonno dell’attuale Pahlavi) era un sovrano brutale con tendenze naziste. Ma fu sotto il regno di suo figlio, l’ultimo scià e padre dell’attuale Reza, che lui e altri furono torturati con i mezzi più psicopatici”.
“Siate grati che non li riporti in questa sede e che abbia invece scelto di riferire dei dati: in oltre 20 anni di governo dello scià, egli ha osservato che 300.000 iraniani erano entrati e usciti dalle carceri e che ‘forze di contro-insurrezione addestrate dagli americani’ e la Savak (la terribile polizia segreta del regime) avevano ucciso tra i 4.000 e i 6.000 manifestanti dell’opposizione […]. Il Mossad ha contribuito al coordinamento della Savak, insieme al più ampio (e segreto) coordinamento della difesa israeliana con quella iraniana”.
“Baraheni cita poi un rapporto di Amnesty International del 1974-75, che riferiva come l’Iran avesse ‘il tasso più alto di condanne a morte al mondo, il sistema giudiziario civile era inesistente e aveva una storia di torture indicibile”.
____________
Piccolenote è collegato da affinità elettive a InsideOver. Invitiamo i nostri lettori a prenderne visione e, se di gradimento, a sostenerlo tramite abbonamento.

