Più che un partner commerciale (e non solo), un vero e proprio baluardo situato nello scacchiere artico. L’Islanda compare poche volte sulle cronache dei giornali. Eppure la sua posizione geografica la rende un ingranaggio fondamentale per capire alleanze e relazioni tra le potenze che, ormai in abbondanza, affollano questa regione sperduta tra i ghiacci. Tra chi sta cercando di piantare radici profonde a queste latitudini è impossibile non menzionare la Cina, che sta legittimamente giocando una partita silenziosa per accaparrarsi rotte commerciali, risorse e vantaggi di ogni tipo. I rivali non mancano, visto che Stati Uniti e Russia intendono giocare le loro carte, ma il Dragone ha fin qui giocato un jolly che si è sempre (o quasi) rivelato vincente: l’arma degli investimenti. Ma investimenti concreti e ingenti, non promesse campate in aria in nome di chissà quale principio.

Per capire cosa sta accadendo in Islanda bisogna fare un passo indietro e tornare a cavallo tra il 2008 e il 2011. Nel bel mezzo della più grave crisi economica e politica mai verificatesi nella storia dell’isola. Il governo islandese è in ginocchio, il sistema bancario sta crollando e nessuno riesce a rifinanziare il loro debito a breve termine. C’è fame di denaro e la Cina risponde presente. Nel 2012 viene firmato il primo trattato di libero scambio tra il gigante asiatico e un Paese europeo: l’Islanda, appunto. L’intesa punta ad avviare una solida cooperazione nel settore energetico – per lo più per quanto riguarda l’esplorazione delle risorse petrolifere nell’area Dreki, costa nordorientale – e geotermico. È il primo tassello di una collaborazione proficua per entrambe le parti in causa.

Un osservatorio strategico

Sempre nel 2012, accanto all’intensificarsi dei rapporti economici sino-islandesi, iniziarono però a verificarsi i primi segnali di insofferenza. “L’Islanda pianifica di chiudere le porte agli investitori cinesi, di nuovo”, titolava Bloomberg, sottolineando come il governo islandese avesse rifiutato un’offerta pari a 200 milioni di dollari messa sul tavolo dal miliardario cinese Huang Nubo per l’acquisizione di un tratto di terra. Tutto questo non riuscì tuttavia a incrinare un legame che, di lì a poco, sarebbe diventato sempre più stringente.

Un tassello fondamentale risale al 2018, quando fu inaugurato il China-Iceland Arctic Science Observatory, cioè l’Osservatorio della scienza artica Cina-Islanda. L’osservatorio è situato a Karholl, a 66 chilometri da Akureryi, nel nord dell’Islanda. Si tratta di un progetto congiunto di istituti di ricerca cinesi e islandesi ai fini della promozione della comprensione scientifica dei fenomeni artici. Dunque: ricerche su aurora, atmosfera, ghiacciai e telerilevamento, oltre che geografica, biologia e oceanografia.

Attenzione però, perché c’è chi sostiene che l’osservatorio sia una sorta di Cavallo di Troia che consentirebbe alla controparte cinese di espandere la propria influenza in temi altamente sensibili, che poco avrebbero a che fare con le ricerche artiche. Il Corsera sostiene ad esempio che, attraverso la struttura, Pechino sia in grado di controllare le aurore boreali, certo, ma anche i percorsi dei satelliti e lo spazio aereo della Nato.

L’obiettivo della Cina

Dando un’occhiata ai dati, notiamo come nel 2018 la Cina sia diventata il secondo esportatore in Islanda. Scendendo nello specifico, Pechino è molto interessata al know-how islandese nel campo dell’energia geotermica. Grazie alla sua industria, infatti, il governo islandese è in gran parte in grado di soddisfare il proprio fabbisogno energetico in modo neutro dal punto di vista climatico.

Considerando che la Cina ambisce a diventare il nuovo baluardo dell’ecosostenibilità e green oriented, si capisce il perché di una collaborazione tra le parti sempre più intensa (culminata, non a caso, in accordi tra aziende locali e cinesi). Possiamo quindi affermare che la presenza cinese in Islanda si è intensificata a dismisura nel periodo di crisi attraversato dall’isola. Il Dragone è stato abile a riempire il vuoto strategico lasciato dall’Unione europea. E adesso ambisce a consolidare la propria presenza in loco, anche e soprattutto per conseguire gli eventuali vantaggi strategici a lungo termine.

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