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Il 26 maggio la Siria torna al voto dopo sette anni. I cittadini siriani che vivono sotto il controllo di Bashar al-Assad sono chiamati ad eleggere il loro prossimo presidente, che resterà in carica fino al 2028. I candidati quest’anno sono tre: Abdullah Salloum Abdullah, ex ministro per gli Affari parlamentari, Mahmoud Ahmad Marie, che fa parte del processo di pace sostenuto dalle Nazioni Unite, e Bashar al-Assad stesso.

Il risultato delle consultazioni è dato generalmente per scontato, tanto che Onu, Usa e altre cancellerie occidentali hanno da tempo definito le prossime elezioni una farsa e hanno promesso di non riconoscerne l’esito. Nonostante ciò, le elezioni di mercoledì sono particolarmente importanti per Assad e i suoi alleati e si svolgono in un contesto ben diverso rispetto a quello del 2014.

Un scenario diverso

Sette anni fa il futuro politico di Bashar al-Assad era particolarmente incerto. Il presidente poteva contare solo sul sostegno dell’Iran, la guerra era iniziata soli tre anni prima con lo scoppio delle Primavere arabe e i territori sotto il controllo governativo erano piuttosto esigui. Assad era anche completamente isolato sul piano internazionale e in molti attendevano la caduta del presidente per spartirsi la Siria.

Ma oggi la situazione sul campo è ben diversa. Il regime di Damasco può contare sull’aiuto della Russia, ha recuperato il controllo del 70% della Siria, continua ad avanzare nel nord e inizia a riscuotere nuovamente successo anche all’estero. Da mesi si parla di una possibile riammissione della Siria nella Lega Araba e sempre più ambasciate hanno riaperto i battenti nella capitale siriana, segno di una graduale normalizzazione dei rapporti tra Damasco e il resto del mondo. Lo stesso futuro politico di Assad non è più così incerto. Nel panorama siriano non è ancora emerso un leader in grado di sfidare il presidente, né nel fronte governativo né tanto meno in quello variegato dell’opposizione.

Per Assad, indire nuove elezioni non è solo un modo per affermare ancora una volta il suo potere. L’immagine dei siriani che si recano alle urne in buona parte del Paese in sicurezza serve al presidente e ai suoi alleati – Russia in primis – per lanciare un messaggio: la guerra è finita, è ora di pensare al futuro della Siria. Per Assad, è giunto il momento di ricostruire il Paese, ma perché ciò accada è necessario un allentamento delle pressioni provenienti dall’esterno e il ripristino dei rapporti economici e finanziari con gli altri Stati. La ripresa dell’economia, fortemente provata da anni di crisi e sanzioni, è fondamentale per il mantenimento del potere nelle aree già sotto il controllo governativo, principalmente nel sud.

Ufficialmente, Assad governa sul 70% della Siria ma alcune aree sono ancora difficili da gestire. Particolarmente problematici si sono rivelati i Governatorati di Daraa, Quneitra e al-Suwayda, nell’area meridionale della Siria, dove si sono spesso registrate proteste anti-governative. A pochi giorni dalle elezioni, Assad è dovuto nuovamente intervenire nella città di al-Suwayda, capitale drusa dell’omonima provincia, per sedare nuove manifestazioni contro il Governo. In cambio del ritorno alla calma, il presidente ha promesso investimenti per un valore di 5 miliardi di lire ed inviato una delegazione con a capo il primo ministro Hussein Arnous per trattare con le autorità locali.

Ma le prime tensioni legate alle imminenti elezioni si sono registrate in Libano, dove si è assistito ad uno scontro tra i rifugiati siriani che si sono recati a votare presso l’ambasciata a Beirut e quelli che invece protestavano contro le elezioni. Come riportato da Al Jazeera, i siriani che vivono in Libano sono divisi tra coloro che sostengono realmente Assad, quelli che hanno subìto pressioni per andare a votare e quelli che invece continuano ad opporsi al presidente anche dall’estero e che hanno avuto paura di recarsi in ambasciata. Una divisione che riflette anche la composizione interna degli elettori siriani.

Con queste nuove elezioni Assad rafforza ancora una volta la sua presa sulla Siria, segnalando agli altri Paesi coinvolti nel conflitto chi è il vero vincitore politico di questi dieci anni di guerra e minando ulteriormente i lavori dell’Onu. A decidere il futuro della Siria, sembra dire Assad, non saranno i colloqui di Ginevra, ma lui.

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