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Penetrare nel mondo arabo, sia dal punto di vista commerciale che politico, e al tempo stesso oliare le relazioni con i Paesi dell’Africa, dove gli affari vanno a gonfie vele grazie alla Nuova Via della Seta africana, diramazione non ufficiale della Belt and Road Initiative. È questo il duplice obiettivo della Cina, desiderosa di incrementare la propria presenza nella regione mediorientale, vero e proprio trait d’union tra Oriente, Occidente e Africa.

In un primo momento il Dragone aveva puntato su Israele, alleato d’acciaio degli Stati Uniti. Pechino e Tel Aviv avevano anche portato a casa diversi accordi, tanto in campo tecnologico quanto in quello infrastrutturale (e non solo). Soltanto pochi mesi fa il governo israeliano stava rivalutando l’offerta di una società legata alla Cina per la costruzione di Sorek 2, un impianto di dissalazione situato nel kibbutz Palmachim.

Washington, spaventato per il fiato cinese su tematiche sensibili – comprese certe tecnologie teoricamente utilizzabili anche in ambito militare – e preoccupato per varie infrastrutture costruite dal gigante asiatico in aree limitrofe a siti americani, ha fatto di tutto per respingere l’intromissione cinese in terra israeliana. Non a caso, secondo alcuni analisti, la mediazione Usa per la storica alleanza tra Israele ed Emirati Arabi Uniti potrebbe essere letta come un modo per isolare la Cina in Medio Oriente.

L'”Hong Kong dell’est”

Con un triangolo di ferro a limitare l’operatività della BRI cinese in Medio Oriente, proprio là dove transitano le rotte di approvvigionamento vitali per l’economia di Pechino, il Dragone rischierebbe veramente di restare isolato. Ecco allora che il gigante asiatico potrebbe lasciar perdere Israele per ripiegare massicciamente sugli Emirati Arabi Uniti. Anche perché gli EAU ospitano oltre 4mila aziende cinesi, operative nel mondo arabo e in Africa, e circa 20mila cittadini cinesi.

Scendendo nel dettaglio, Dubai è stata soprannominata Hong Kong dell’est. Come ha sottolineato il South China Morning Post, la maggior parte delle citate aziende si trovano nella zona franca di Jebel Ali, gestita direttamente dalla DP World, di proprietà statale di Dubai nonché principale operatore di terminal per container nella penisola arabica e in Asia meridionale.

L’importanza di Abu Dhabi

Poco distante da Dubai spicca un altra città sulla quale la Cina ha investito molto. Si tratta di Abu Dhabi, sede del potere politico emiratino, dove la cinese Cosco Shipping Ports ha stabilito il suo hub per il Medio Oriente. La zona da cerchiare con la matita rossa è il porto di Khalifa, a una trentina di chilometri a sud dell’hub madre di Jeb Ali. Grazie alla joint venture con Mediterranean Shipping Co (MSC), una delle più importanti compagnie di navigazione europea con sede a Ginevra, il leader dell’industria marittima cinese è riuscito a incrementare il volume delle merci nel suddetto porto di Khalifa dell’82% in appena sei mesi.

Abu Dhabi ha fatto i suoi calcoli: sa bene, ad esempio, che gli Stati Uniti hanno intenzione di investire su azioni regionali per assumere un ruolo guida (indiretto) di determinate zone rosse. Ma, al tempo stesso, è dubbiosa sulla reale determinazione di Washington. Ecco quindi spiegati i crescenti legami con la Cina. Che, dal canto suo, potrebbe in un colpo solo creare non pochi grattacapi alla Casa Bianca in una regione tanto problematica quanto strategicamente rilevante e radicare la propria presenza in Medio Oriente e nel mondo arabo.





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