Farà pure parte del tanto stigmatizzato Gruppo di Visegrad, insieme a Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca. Sarà l’unico Paese dell’Unione europea a essersi defilato dall’ultimo accordo sul clima raggiunto dagli altri 26 membri. Minaccerà anche di proseguire per la propria strada, a costo di rompere i legami con Bruxelles. Eppure, a differenza di tante altre nazioni Ue, la Polonia raccoglie frutti dolcissimi. E può farlo proprio grazie a questo mix di insofferenza e indisposizione riscontrabile nei suoi rapporti con le istituzioni europee. I polacchi, detto altrimenti, vivono un momento d’oro grazie a un boom economico che ha provocato problemi di piena occupazione e un sistema fiscale che ha attirato a Varsavia e dintorni le migliori aziende straniere. L’assenza dell’euro e i giusti investimenti effettuati dal governo in settori chiave, come la formazione e l’istruzione, rappresentano la ciliegina sulla torta.

La Polonia sfida Bruxelles

La Polonia è uno dei Paesi che sta facendo meglio in Europa ma, anziché ricevere premi e attestati di stima, è perennemente vittima delle bastonate di Bruxelles, a tal punto che a Varsavia hanno perso la pazienza e minacciato di imitare il Regno Unito. Si chiama Polexit, ed è lo scenario – per alcuni sempre più possibile – tratteggiato da alcuni media. Consiste nell’uscita della Polonia dall’Unione europea, secondo un percorso molto simile a quello intrapreso da Londra. Gli ultimi scontri con Bruxelles, sia quello sul clima che sulla riforma della magistratura, sono stati aspri e hanno provocato delle rotture. Tra le due parti, in caso di separazione, a rimetterci sarebbe senza ombra di dubbio l’Unione Europea. Certo, la Polonia dovrebbe fare a meno degli aiuti comunitari ma, potendo godere di un ottimo stato di forma, con un minimo di programmazione nel breve e medio periodo, Varsavia potrà tranquillamente farne a meno. Anche perché oggi non sono più i polacchi a emigrare nel resto d’Europa per trovare un’occupazione degna di nota. Sono gli altri che volano in terra polacca con grandi aspettative di vita. Politica a parte, anche il sistema educativo della Polonia funziona a meraviglia. Gli studenti locali si piazzano al terzo posto nella classifica dei più brillanti dell’Unione Europea, alle spalle dei colleghi estoni e finlandesi. Davvero all’Europa conviene perdere uno Stato modello come la Polonia?

Il miracolo di Varsavia

L’ultima presa di posizione della Polonia sul clima è quella che ha contribuito a far calare il gelo tra Varsavia e l’Ue. In poche parole, mentre la Commissione esultava per aver trovato un punto di accordo sugli obiettivi climatici da attuare nei vari Paesi d’Europa, i polacchi hanno rifiutato l’intesa. Il motivo è semplice: il carbone continua a essere una ricchezza troppo preziosa per l’intera economia, e un suo abbandono comporterebbe una spesa di circa 500 miliardi di euro. Il governo polacco non ha alcuna intenzione di investire una simile somma per abbracciare una battaglia più di facciata che non realmente utile alla causa. Preferisce, semmai, continuare a crescere. Basti pensare che il pil nominale è passato da essere quantificato in 190 miliardi di dollari nel 2001 ai 589 miliardi odierni. Il tasso di disoccupazione, invece, è calato al 3,3%. Inoltre, grazie a una tassa sugli utili al 19%, numerose multinazionali straniere hanno delocalizzato i loro stabilimenti nel cuore del Gruppo di Visegrad. Dulcis in fundo, senza la spada di Damocle dell’Euro e della Bce, la Polonia ha goduto (e continua a godere) di una discreta libertà fiscale. L’unico neo riguarda la crescita demografica, così bassa da creare problemi alle imprese che non riescono ad assumere come vorrebbero.