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I disordini in Bielorussia e il presunto avvelenamento di Alexei Navalny hanno contribuito a confermare che all’interno dell’Unione Europea si trova una nuova potenza-guida, capace di trainare il proprio vicinato e di condizionare e mettere sotto pressione anche il blocco franco-tedesco: la Polonia.

Cosa sta accadendo?

La decisione di Angela Merkel di chiedere una politica basata sulla linea dura nei confronti del Cremlino per via del presunto avvelenamento di Alexei Navalny si è rivelata un errore tattico nel medio termine perché da più parti, sia dall’Ue che da oltreoceano, aumentano con il passare dei giorni le pressioni sulla cancelleria affinché venga avallata la più estrema delle punizioni: l’annullamento del gasdotto del Nord Stream 2.

La Merkel è in una posizione molto complicata e dovrà saper giocare di maestria per evitare che il costo del caso Navalny possa essere il sacrificio della propria agenda per la sicurezza energetica. Infatti, a chiedere il congelamento definitivo dei lavori, ormai completi al 90%, è una parte significativa del mondo politico tedesco, fra cui esponenti dell’Unione Cristiano-Democratica e dei Verdi e, soprattutto, membri di spicco del governo, come il ministro della difesa Annegret Kramp-Karrenbauer. Quest’ultima, raggiunta dal quotidiano Handelsblatt, ha dichiarato che “ho sempre detto che il Nord Stream 2 non è un progetto che mi sta a cuore, mi è sempre stato chiaro che dovevano essere presi in considerazione i legittimi interessi di sicurezza degli Stati dell’Europa centro-orientale e dell’Ucraina”.

Per capire pienamente e adeguatamente le parole della Kramp-Karrenbauer è necessario ricollegarsi ad una serie di interventi avvenuti nei giorni precedenti e che si rifanno ad una scuola di pensiero ostile al Nord Stream 2 per ragioni di realpolitik e fedeltà a Washington. Ciò che sostengono i fautori di tale linea, fra i quali Armin Laschet, Friedrich Merz e Norbert Roettgen, quest’ultimo è il presidente della commissione Affari esteri del Bundestag, è che l’incremento, o meglio il raddoppio, del flusso di gas russo in entrata annualmente lavora in senso contrario all’agenda di Berlino per la nazione, per l’Ue e per l’area extra-Ue sottratta (o da sottrarre) all’influenza di Mosca.

I punti-chiave di questa visione sono tre. Innanzitutto il Nord Stream 2 sarebbe un ostacolo nel percorso di Berlino verso la sicurezza energetica, che andrebbe intesa come diversificazione dei rifornitori e non come aumento dell’approvvigionamento da una sola fonte. Per quanto ritenuto un progetto di rilievo nazionale, invece, dal potenziamento del Nord Stream deriveranno conseguenze per l’intera Ue: il gasdotto rallenterà il compimento dell’intera strategia comunitaria per la sicurezza energetica, fra i cui obiettivi figura una riduzione significativa delle importazioni di gas russo. Infine, si sottolinea come il Nord Stream 2 renderebbe la Russia maggiormente “indipendente dal punto di vista della politica energetica” e comporterebbe la “fine” dell’Ucraina. Quest’ultima, infatti, perderebbe gran parte del proprio valore geostrategico, oltre che una parte cospicua di entrate nel proprio bilancio, in quanto il Cremlino sarebbe in grado di redirezionare i flussi di gas in entrata nell’Ue dal territorio ucraino al Baltico.

È in questo contesto di incontro e scontro fra interesse nazionale, europeo e di attori extra-europei, fra i quali Stati Uniti ed Ucraina, che sta muovendosi la Merkel nel tentativo di trovare una soluzione che possa soddisfare tutte le parti e che, soprattutto, eviti che Berlino paghi il prezzo più caro. Per questo motivo, pur avendo precisato che lo studio di ogni ritorsione per il caso Navalny è sul tavolo, la cancelliera tedesca ha anche ribadito che non si è trattato di un “attacco alla Germania” e che perciò “la risposta deve essere europea”.

Il fattore Polonia

La Polonia sta giocando il ruolo del Paese-guida dell’intera Ue – o almeno questo è ciò a cui aspira – sin dallo scoppio dei disordini in Bielorussia. È precisamente lì, a Minsk, che gli strateghi di Varsavia hanno dimostrato di possedere una propria visione geopolitica, non necessariamente legata o vincolata a quella dell’Ue e/o degli Stati Uniti, elaborando dei piani d’azione, portando avanti delle iniziative completamente autonome e, inoltre, spingendo l’intera comunità dei 27 ad appiattirsi sulla posizione polacca.

Dopo il successo indiscusso ottenuto nel dossier Minsk, adesso la squadra di Diritto e Giustizia (PiS) sta tentando una replica a Berlino facendo leva sulla reazione emotiva suscitata dal caso Navalny nell’opinione pubblica europea, in particolar modo nell’area dell’ex Patto di Varsavia, che è in assoluto la più sensibile alle minacce russe, che siano vere o presunte.

Il primo ministro Mateusz Morawiecki e la dirigenza di PiS stanno approfittando di ogni occasione per inviare messaggi all’indirizzo della Merkel: comparse radiofoniche, apparizioni televisive, interviste, comizi. Ad ogni modo è fra l’8, il 9 e il 10 settembre che sono stati inviati i messaggi più importanti; negli ultimi  due casi si è trattato di vere e proprie offerte.

Nel primo caso Morawiecki, parlando su Bloomberg Tv, ha collegato i fatti di Minsk e il caso Navalny, ritenendoli un tutt’uno e avvertendo che dovrebbero fungere da “sveglia finale” per la Germania nei riguardi delle possibilità di normalizzare le relazioni con la Russia. Alla luce dei due eventi, la soluzione più coerente e giusta sarebbe quella di cancellare il Nord Stream 2.

Il 9, il portavoce ufficiale del governo polacco, Piotr Muller, ha lanciato una proposta a Berlino: l’annullamento del Nord Stream 2 in cambio di una compartecipazione al gasdotto baltico. Secondo Muller, per ragioni che esulano dalla politica ma che riguardano la sfera della “solidarietà europea”, “la Polonia è aperta all’utilizzo delle infrastrutture che ha costruito per la sua stessa sicurezza energetica”. Secondo Muller, la decisione di offrire a Berlino una fetta del gasdotto baltico è anche legata al fatto che a Varsavia si vede Nord Stream 2 come una contraddizione dell'”idea di solidarietà e sicurezza energetica”, e quest’ultima dovrebbe “essere costruita con un approccio paneuropeo”.

Le dichiarazioni di Muller hanno avuto seguito in tempi ultra-celeri: la mattina del 10, esponenti di Solidarna Polska, partito che compone l’esecutivo, hanno presentato al Sejm, la camera bassa del parlamento, una proposta di risoluzione formale con la quale invitare il governo tedesco a chiudere i cantieri del gasdotto. Secondo quanto si legge, fermare i lavori e annullare il progetto sarebbe un imperativo strategico per l’intera Ue in quanto la sua realizzazione cristallizzerebbe la posizione monopolistica di Gazprom nel mercato energetico comunitario.

Cos’è il gasdotto baltico?

Si tratta di una rete per il trasporto del gas raccolto nel Mare del Nord via Danimarca che, nei piani del PiS, dovrebbe essere sfruttata per fare della Polonia un hub energetico regionale dal quale potranno rifornirsi i paesi Visegrad, grazie ad una capacità di trasporto annuale di 10 miliardi di metri cubi. La capacità è stata scrupolosamente studiata per consentire di sostituire completamente le importazioni di gas russo. I lavori di costruzione dovrebbero terminare entro ottobre 2022, che si prospetta essere l’anno della svolta per Varsavia.

Quell’anno scadrà il contratto di lungo termine di fornitura energetica che attualmente lega Varsavia a Gazprom, ed il governo di PiS sta lavorando arduamente affinché entro tale data il paese raggiunga una sicurezza energetica basata sull’autoproduzione e sulla diversificazione, cessando la dipendenza sedimentata dal gas naturale russo – che nel 2017 ha soddisfatto il 54% della domanda interna polacca – in maniera tale da non rinnovare l’accordo.

Per raggiungere l’ambito proposito, la Polish Oil and Gas Company (POGC) ha concluso una serie di storici contratti di approvvigionamento nell’ultimo triennio con Stati Uniti, Qatar e Norvegia, sullo sfondo di concomitanti sforzi per il rilancio della produzione energetica nazionale, con fonti tradizionali e rinnovabili, e per il potenziamento delle capacità del terminale per il gas liquefatto di Świnoujście da 5 a 7,5 miliardi di metri cubi annuali.

Gli accordi bilaterali più importanti son stati siglati fra il 2018 e il 2019 con le americane Venture Global Calcasieu Pass e Venture Global Plaquemines LNG, hanno durata ventennale e garantiranno alla Polonia una fornitura annuale di oltre 3 milioni e 500mila tonnellate di gas liquefatto l’anno. Ad ogni modo, il progetto più ambizioso dell’intera strategia di emancipazione energetica è il gasdotto baltico.

A partire dal 2024, la somma dei contratti pattuiti dalla Pogc con norvegesi, qatarioti e statunitensi, consentirà al paese di ricevere un flusso costante e regolare di almeno 12,5 miliardi di metri cubi di gas liquefatto l’anno – una cifra di cui si può comprendere il pieno significato solo comparandola all’attuale quantità di gas liquefatto ricevuto, che è di 3,5 miliardi di metri cubi.
Il gas naturale dalla Norvegia e il liquefatto da Stati Uniti e Qatar saranno superiori a quanto demandato dal fabbisogno nazionale, e il dispensabile sarà utilizzato per creare un piccolo mercato energetico, libero dal monopolio russo e da prezzi inflazionati, con la Polonia al centro.