Non dimenticherò mai i festeggiamenti nelle strade di Teheran per l’elezione di Rohani. Era il 14 giugno 2013 quando una folla di ragazzi invase le strade della capitale. Dove mi trovavo io, a Farmanieh, in un quartiere a nord della capitale, i ragazzi ballavano e cantavano fermi a un semaforo. Il traffico della città paralizzato per ore. Una festa persino più grande della qualificazione al mondiale di calcio, ottenuta pochi giorni dopo grazie alla vittoria sulla Corea del Sud. In un angolo, un’auto della polizia vigilava la scena senza intervenire.Ma non era solo politica, per come la intendiamo noi. Certo, la fine dell’era Ahmadinejad e la sconfitta dell’altro candidato alla presidenza – il conservatore Qalibaf – faceva piacere a molti. Bruciavano ancora le accuse di brogli sull’elezione di Ahmadinejad del 2009, che aveva prodotto l’ultima stagione di proteste studentesche: l’onda verde. Ma in ballo c’era qualcosa in più. Per tanti, tantissimi giovani che ho incontrato in Iran nei cinque anni che ci ho vissuto, si trattava di una liberazione.I media occidentali la chiamano polizia morale, gli iraniani invece Gasht-e Ershad (la “pattuglia della Guida” in lingua persiana). Un velo troppo all’indietro, ma anche un tatuaggio, un piercing o un abbigliamento poco consono alla morale islamica diventano facile bersaglio di queste guardie che – in particolare all’epoca di Ahmadinejad – erano il terrore di molti ragazzi e ragazze. In una città conservatrice come Isfahan, molto più chiusa rispetto alla capitale, si arrivava a livelli di repressione davvero notevoli.Vietato per un ragazzo e una ragazza camminare tenendosi per mano sul lungofiume. Vietato persino farsi un giro in macchina da soli. Ed ecco allora che molte ragazze si vestivano con una felpa col cappuccio nella speranza di essere prese per maschi nel buio della sera. Vietato anche conoscere nuove persone dell’altro sesso. E così si erano create alcune vie – come corso Mir, a Isfahan – dove gli incontri clandestini avvenivano senza scendere dal sedile dell’auto: uno scambio di bigliettini o cellulari dal finestrino, su cui le ragazza poteva scrivere il proprio numero, prima di restituire. All’università poi, luogo assai politicizzato, in alcune facoltà per uno studente e una studentessa era addirittura vietato scambiare due parole. Rigorosamente divise le classi. Più rilassata invece la situazione nel chiuso delle mura domestiche, lontano dagli occhi delle guardie e dal potere. Qui molto, se non tutto, diventava possibile.Oggi, con l’elezione di Rouhani, la situazione è migliorata per molti di quei ragazzi, come già all’epoca del presidente riformista Khatami. La repubblica islamica iraniana – ben lungi dall’essere un monolite, come spesso la si rappresenta – ha il suo interno pulsioni contraddittorie fortissime, fra modernità e tradizione, innovazioni e improvvise chiusure. Per molti aspetti, Teheran è una città più moderna e più dinamica di una Milano, ad esempio. Lo si vede nell’arte, nel design e nell’architettura, ma anche nelle infrastrutture e nella tecnologia. Lo si vede nello spirito di molti ragazzi, che lottano e non si danno per vinti.Eppure, nonostante le aperture del nuovo governo, anche quest’anno – con l’arrivo della primavera – è tornato a farsi sentire il problema della morale pubblica. Un dato stagionale non casuale, dato che con l’arrivo del caldo inevitabilmente l’abbigliamento delle ragazze si fa più leggero, e il rischio di trasgredire aumenta. Inutili le proteste del presidente Rohani, che si è espresso più volte contro la repressione della polizia morale. Non si tratta di ipocrisia, come potrebbe sembrare, ma del semplice fatto – ben noto a chi in Iran ha vissuto – che simili iniziative vengono usate dai conservatori, che controllano i paramilitari, per indebolire i riformisti. Per rimarcare il territorio.Nelle continue metamorfosi del potere iraniano – in continua via di definizione e contrattazione, a dispetto di alcuni principi inviolabili e del ruolo della Guida suprema, l’ayatollah Khamenei, di gran lunga egemone sul presidente – capitano spesso simili scontri. Contraddizioni dure, che a volte esplodono in aperte proteste, ma più spesso finiscono per risolversi semplicemente ribadendo le logiche ferree dell’ordine pubblico. E le prime vittime, oggi come ieri, restano i giovani.

Nel campo comunista di Goli Otok
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