Che Israele stia cercando di ampliare e consolidare la sua presenza nel continente africano non è una novità. Tuttavia, una conferma della politica israeliana è arrivata proprio di recente: la Magal Security Systems Ltd – società israeliana di sicurezza per sistemi integrati – ha stipulato, negli ultimi mesi, alcuni contratti del valore di 8 milioni di dollari in Africa orientale.

Secondo il quotidiano d’informazione economica israeliano Globes, gli ordini effettuati alla Magal riguarderebbero principalmente la manutenzione di sistemi di monitoraggio delle infiltrazioni, già installati in un importante porto della regione. “L’Africa rimane un mercato crescente e importante per Magal perché la difesa e la sicurezza delle infrastrutture critiche sta diventando sempre più importante” – ha dichiarato il Ceo, Dror Sharon – “La protezione dei porti sarà un importante motore di crescita per la nostra azienda nei prossimi anni”.

“Israele sta tornando in Africa”

Negli ultimi anni, Israele ha sintetizzato la sua politica nei confronti del continente africano, adottando lo slogan “Israele sta tornando in Africa, e l’Africa sta tornando in Israele”. Con il viaggio del 2016, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, è stato il primo premier a recarsi in visita di stato in Africa in circa cinquant’anni. Da quel momento, Israele si è focalizzato sull’espansione e sul miglioramento delle relazioni diplomatiche con molti Stati africani, arrivando, in poco tempo, a inaugurare nel proprio territorio quattro nuove ambasciate africane.

Sono vari i motivi che spingono il governo israeliano a farsi strada in Africa. Innanzitutto, la crescita regionale che sta affrontando il continente. Già nel 2018, sei delle dieci economie in più rapida crescita a livello mondiale sono state identificate all’interno del continente africano e ci si aspetta che entro il 2025 circa un quinto della popolazione mondiale viva in Africa. Un processo demografico che, verosimilmente, andrà di pari passo con l’aumento della dipendenza dagli investimenti diretti esteri.

Quegli israeliani, in particolare, sembrerebbero concentrarsi, nell’Africa occidentale e mirano ad accrescere le infrastrutture e la tecnologia africana, in settori chiave quali l’agricoltura e l’energia. Nel 2017, Israele ha deciso di stanziare 1 miliardo di dollari entro il 2021 per potenziare progetti di energia verde nei 15 Paesi membri dell’Economic Community of West African States (Ecowas).

L’agenda africana di Israele

Ma gli investimenti israeliani nel continente africano coinvolgono anche il settore privato, con progetti nei settori dell’agricoltura e della tecnologia – specialmente di quella legata alla difesa. Lo si comprende bene guardando all’Africa sub sahariana, le cui infrastrutture critiche sono continuamente minacciate da gruppi estremisti, quali Boko Haram e i gruppi affiliati all’Isis e ad Al-Qaeda.

Non ci sono solo economia e difesa, nell’agenda “africana” di Israele. L’ambizione è piuttosto quella di stabilire legami strategici con alcuni Paesi africani a maggioranza musulmana, in cambio di una maggiore lealtà nei suoi riguardi. Netanyahu intende disarticolare quella “maggioranza automatica” dei Paesi africani contro lo Stato ebraico in seno alle Nazioni Unite. Con l’obiettivo, nei prossimi anni, di “cambiare il loro schema di voto” su questioni che riguardano Israele o il conflitto israelo-palestinese.