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Benjamin Netanyahu ha ricevuto dal presidente Reuven Rivlin, per la seconda volta quest’anno, l’incarico di provare a formare un governo. Era già successo nel mese di aprile ed il navigato politico israeliano si era dovuto arrendere all’evidenza dei fatti: il suo Likud ed i partiti conservatori ultraortodossi non raggiungevano la maggioranza assoluta di 61 seggi su 120 nella Knesset e necessitavano del supporto, mai arrivato, del movimento nazionalista e laico Yisrael Beiteinu di Avigdor Lieberman. Quest’ultimo è contrario all’esenzione dal servizio militare per gli ebrei ultraortodossi e questa posizione rende impossibile la sua presenza in un esecutivo a cui partecipano anche i partiti religiosi. Le consultazioni di settembre, che avrebbero dovuto sbloccare lo stallo politico e garantire un mandato di governo chiaro a Netanyahu o al suo rivale Binyamin Gantz del partito Blu e Bianco, hanno in realtà riproposto uno scenario incerto. Il blocco politico che supporta la premiership del leader del Likud può contare su 55 voti, ben lontano dunque dalla maggioranza e tallonato da Gantz che, dalla sua, di voti ne ha 54.

La paralisi annunciata

Tra coloro che non si schierano ci sono proprio gli otto deputati di Yisrael Beiteinu, destinati ad essere ancora un volta l’ago della bilancia per le sorti politiche del Paese. Lieberman ha ribadito la sua volontà di giungere alla formazione di un governo di unità nazionale con Likud e Blu e Bianco, senza i partiti religiosi. Netanyahu non ha alcuna intenzione di abbandonare l’incarico di primo ministro, anche perché rischia di essere rinviato a giudizio, all’inizio di ottobre, per le accuse di corruzione e violazione della fiducia pubblica. La sua sopravvivenza politica passa così per la riconferma da premier. C’è poi la posizione di Gantz che, in quanto leader del movimento più votato del Paese (Blu e Bianco ha ottenuto 33 seggi contro i 32 del Likud), vorrebbe guidare il prossimo esecutivo. L’ex generale ha un problema difficilmente risolvibile: in suo favore si sono schierati il partito Laburista e Campo Democratico, di centro-sinistra ma anche una parte consistente della Lista Araba Unita. La coalizione dei partiti degli arabo-israeliani lo appoggerebbe, con i suoi dieci seggi (altri tre membri dello schieramento si sono dissociati), come alternativa meno sgradita rispetto ad un nuovo esecutivo del Likud. Gantz non potrebbe però essere primo ministro senza i voti di Yisrael Beiteinu e pare difficile che il partito nazionalista possa convivere con un governo appoggiato anche dagli arabo-israeliani. L’ex generale continuerà a rifiutare anche la partecipazione ad un esecutivo di unità nazionale con il Likud, a meno che Netanyahu non si faccia da parte.

Un puzzle intricato

Il primo ministro uscente avrà così alcune settimane per provare a formare una squadra che possa ottenere la fiducia della Knesset, ma il tentativo assomiglia ad un’impresa disperata. Le somme tra le diverse fazioni politiche si scontrano con veti reciproci, odi dissimulati e convivenze impossibili. Lo scenario più probabile sembra il ritorno, per la terza volta, alle urne. Il sistema proporzionale di ripartizione dei seggi non offre, però, molte speranze per un eventuale soluzione della crisi, a meno che fattori esterni non subentrino nella sfida ed alterino le carte in tavola. La formazione di un governo conservatore con il Likud, i partiti religiosi e quello di Lieberman sembrerebbe essere la soluzione ideologicamente più coerente per evitare nuove consultazioni. Il leader di Yisrael Beiteinu dovrebbe però ammorbidire le sue divergenze con gli altri partner e questa eventualità sembra remota. L’opzione del governo di unità nazionale, invece, è bloccata dalla presenza di Netanyahu e solamente una sua rimozione dalla scena politica potrebbe generare nuovi mutamenti in tal senso. Le tante problematiche politiche rischiano di destabilizzare una nazione chiave nello scenario mediorientale anche se, qualora emergano situazioni di emergenza o pericoli per la sicurezza dello Stato, ci sono pochi dubbi sul fatto che i principali movimenti possano coalizzarsi per il benessere del Paese. Il dominio incontrastato della destra, Netanyahu è infatti premier dal 2009, rischia di lasciare spazio ad un quadro più confuso ed incerto, con la possibile formazione di alleanze ideologicamente poco coerenti e quindi meno stabili. Uno dei pochi responsi certi delle consultazioni di questo settembre è la certificazione dello stato di crisi dei progressisti: i laburisti, un tempo il partito dominante in Israele, sono ridotti ai minimi termini e non sembrano in grado di risollevarsi mentre il principale movimento di sinistra, la Lista araba unita, è destinato, per ovvi motivi di bacino elettorale, ad essere minoritario.

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