C’è un filo rosso che lega Macron e Trump, gli uomini nuovi eletti dalle urne del 2016 e del 2017: la fine dell’idillio democratico una volta giunti rispettivamente all’Eliseo e alla Casa Bianca. Sia il giovane presidente di Francia che il miliardario statunitense, arrivati con una cavalcata trionfante nei rispettivi luoghi di potere, si trovano a dover convivere con un Paese che non li apprezza. I sondaggi danno la loro popolarità in caduta libera e consegnano l’immagine di due uomini forti privi dell’appoggio popolare, proprio in un sistema che prevede l’elezione diretta del Presidente. Da una parte, il presidente americano Donald Trump registra l’indice di popolarità più basso da quando, sei mesi fa, ha fatto il suo ingresso alla Casa Bianca: solo il 33% degli statunitensi approva il suo lavoro, mentre c’è un 61% degli elettori che disapprova completamente l’operato del tycoon. I dati rilevati dalla Quinnipiac University rappresentano un calo del 7% rispetto all’indice di popolarità di giugno, dove Trump aveva ottenuto un 40%. Ed è interessante notare come il calo sia particolarmente evidente tra gli elettori repubblicani, tra i quali solo il 75% dà un giudizio favorevole del Presidente. Ma anche il giovane presidente francese non se la passa meglio nei consensi.

L’altro leader forte del momento, quell’homo novus tanto decantato dalla stampa occidentale come il simbolo della rinascita europea e del voto di testa rispetto al presunto voto “di pancia”, assiste a una caduta libera nei sondaggi. Il crollo di popolarità di Emmanuel Macron, due mesi dopo il suo arrivo all’Eliseo, è acclarato, ed è addirittura senza precedenti nella Quinta Repubblica. Per dimostrare quanto detto, basterà notare come solo il 54% dei francesi abbia un’opinione favorevole dell’azione del Presidente, mentre, nello stesso periodo estivo, il suo predecessore Hollande era al 56% (nel 2011) e Nicolas Sarkozy addirittura aveva un indice di consenso pari al 66% nel 2007.

Fa impressione notare come i due leader del momento, quelli investiti dal voto popolare e messi lì per la loro capacità di attirare le masse, siano così bassi nella popolarità all’interno del proprio Paese. Ma se Trump può attribuire buona parte della scarsa popolarità a un boicottaggio mediatico senza precedenti, che sicuramente c’è stato ed è ancora in atto, e che sicuramente ha influito sulla percezione dell’opera di The Donald, dall’altra parte Macron può in realtà solo accusare se stesso, e può rendersi conto, ora più che mai, che i francesi abbiano votato lui e non Marine Le Pen non per convinzione ma quasi per prassi repubblicana. Entrambi i leader, in ogni caso, non stanno convincendo i propri cittadini. Ed entrambi pagano il dazio per le scelte di politica interna, che non hanno convinto né tra i sostenitori né tra i dettatori, ma anche per quelle in politica estera, a volte eterodossa e pomposa come quella di Macron o eccessivamente basculante come quella di Trump, che rende di fatto difficile per un elettore convincersi della bontà dell’azione presidenziale. Soprattutto per la Francia, Macron paga lo scotto di aver intrapreso politiche interne che i suoi elettori vedono o come un proseguimento delle disastrose politiche di Hollande o come figlie del peggior liberismo economico. E le elezioni avevano mostrato chiaramente che i francesi convinti di queste idee fossero in realtà pochissimi.

Per uscire dall’impasse elettorale, entrambi i presidenti hanno scelto il campo della diplomazia come terreno ideale per migliorare la propria percezione nei confronti delle rispettive opinioni pubbliche. Leader di due Paesi a vocazione mondiale, Trump e Macron hanno compreso che, incapaci di creare consenso grazie alle scelte di politica interna, l’unica alternativa è quella di esaltare la propria azione di rappresentante del Paese nel mondo, mostrando l’immagine di presidenti attivi, dinamici e che portano rispettivamente Stati Uniti e Francia a un livello più alto nella percezione del proprio Paese nel mondo. Una scelta che non è solo di Francia e USA, ma che accomuna un po’ tutti i governi in crisi di appoggio popolare. Anche l’Italia, per certi versi, vive lo stesso problema. Il governo Gentiloni, o quantomeno i partiti che lo rappresentano, non godono del favore di popolo per le scelte di politica interna, e per fuggire da questa erosione di consenso anche l’esecutivo italiano ha scelto di attivarsi sul piano internazionale, mostrando i muscoli con il governo libico. L’intento è chiaro: se non si è capaci di risolvere i problemi dei cittadini, quantomeno si dia la sensazione che il proprio Paese abbia la situazione in pugno nelle relazioni internazionali. Ma è una scelta che può anche rivelarsi un boomerang politico. I passaggi elettorali mondiali dimostrano che i cittadini di tutti i Paesi siano da tempo desiderosi di riposte a livello nazionale, senza che i propri Stati si aprano eccessivamente al mondo: l’epoca delle grandeur, delle superpotenze e delle risposte globali per la ricerca di consensi è finita da molto tempo.