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Piaccia o meno all’ex presidente Donald Trump, il suo ex pupillo, Ron DeSantis, 44enne governatore della Florida, è l’astro nascente del Partito Repubblicano. Critico verso l’ideologia woke dei progressisti, DeSantis si è distinto sinora come governatore con una politica identitaria-conservatrice ben definita, dalla legge “Don’t Say Gay” contro la propaganda Lgbtq nelle scuole pubbliche alle politiche “libertarie” in materia di pandemia. Ma quali sono le idee del papabile candidato alla presidenza alle elezioni presidenziali del 2024 in politica estera?

Anzitutto è critico nei confronti dell’attuale politica Usa in Ucraina. In un’intervista rilasciata a Fox and Friends, il governatore della Florida ha criticato il presidente Joe Biden per aver consegnato a Kiev un “assegno in bianco“, accusandolo di girovagare per l’Ucraina mentre il confine degli Stati Uniti è nel caos e di coinvolgere gli Usa in un’allarmante “guerra per procura”.

Criticando la politica di Biden in Ucraina – sempre meno popolare tra l’opinione pubblica Usa, secondo tutti i sondaggi – DeSantis ha minimizzato la minaccia militare della Russia all’Europa definendola “di terz’ordine”. L’amministrazione “non ha un chiaro obiettivo strategico identificato”, ha affermato DeSantis. “E non credo sia nel nostro interesse entrare in una guerra per procura con la Cina, essere coinvolti su cose come i confini o la Crimea”, ha detto. Mentre la Russia è “ostile“, ha aggiunto, la Cina rappresenta secondo il governatore “una minaccia maggiore”.



La visione del governatore

Che cos’è, dunque, DeSantis? Un “jacksoniano” isolazionista alla Donald Trump? Un paleoconservatore alla Pat Buchanan? Un neoconservatore alla Paul Wolfowitz? Un libertario alla Ron Paul? Al momento è difficile incasellare con esattezza la visione del governatore della Florida, anche se non sembra discostarsi molto da quella dell’ex presidente Donald Trump, di cui è in qualche modo “figlio” politicamente parlando.

Rispetto all’elettorato democratico, decisamente più “interventista” della controparte, quello repubblicano, dopo la parentesi neocon dell’amministrazione di George W. Bush, è da qualche anno meno incline a supportare le endless war degli Stati Uniti all’estero. Anche per una mera questione economica. “America First“, dunque. Non un semplice slogan, ma il Dna del Gop da Trump in poi.

Anticomunista e sostenitore di Israele

Durante il suo mandato come deputato, dal 2013 al 2018, nota The National Interest, DeSantis, fervente anti-socialista, è stato critico nei confronti dei tentativi dell’amministrazione Obama di “aprire” alla Cuba comunista e ha promosso una legge che designa una giornata in memoria delle vittime dei regimi comunisti. Al Congresso, DeSantis ha sostenuto misure aggressive relative alla detenzione di sospetti terroristi salafiti-jihadisti. Sostenitore di Israele, è stato inoltre un critico dell’accordo sul nucleare con l’Iran (2015) voluto dall’amministrazione Obama, plaudendo alla decisione di Trump di ritirare gli Usa da tale accordo e supportando il presidente Usa nella sua strategia verso la Corea del Nord.

Per quanto concerne la Cina, DeSantis ha sottolineato nel suo discorso di settembre 2022 alla conferenza del National Conservatism a Miami, che il libero scambio con la Cina non è riuscito in modo dimostrabile ad ammorbidire il governo del partito unico. Anzi, è stato un errore. Nel 2022, ha firmato una legge che chiede alle aziende che fanno affari per oltre 100 mila dollari in Florida di rivelare eventuali legami con la Cina.

“Se guardate al Partito Comunista Cinese, sono stati molto attivi in ​​tutto l’emisfero occidentale nel divorare terra e investire in cose diverse; e quando vedi come hanno esercitato la loro autorità – specialmente con il presidente Xi Jinping, che ha intrapreso una svolta più marxista-leninista da quando governa la Cina – non è nell’interesse della Florida che il Partito Comunista Cinese possieda terreni agricoli o terreni vicino alle basi militari”, ha detto, annunciando un pacchetto di misure al fine di contrastare l’influenza cinese nello stato.

Tutto sommato, nota sempre la rivista Usa, dalle dichiarazioni di DeSantis in materia di politica estera, prese nel loro insieme, non sembra né un iper-interventista, né una colomba, né un liberale. Un Donald Trump sostanzialmente più “colto” e moderato, anzitutto nei toni e per come si presenta: sarà sufficiente per battere l’ex presidente e aggiudicarsi la nomination repubblicana? La sfida è apertissima e la politica estera rappresenta un tema fondamentale.

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