La Nazionale di calcio prova a riunire la Germania. È questa, in un certo senso, l’altra missione di Jürgen Klopp, il nuovo allenatore della selezione tedesca che giovedì debutta contro l’Olanda nella Nations League. Un esordio in panchina che segue le due drammatiche tornate elettorali di settembre in Sassonia-Anhalt e in Meclemburgo-Pomerania, che hanno visto imporsi il partito di estrema destra AfD.
A differenza di quanto avviene in molti altri Paesi, il calcio tedesco è estremamente politicizzato in senso antifascista. Striscioni contro AfD si vedono da anni nelle curve delle principali squadre della Bundesliga, come il Bayern Monaco e il Borussia Dortmund, e in passato anche noti calciatori si sono esposti sul tema, come ad esempio Mats Hummels e Leon Goretzka. La stessa cosa può dirsi per Klopp, che ha ribadito le sue idee giovedì scorso nella conferenza stampa in cui ha annunciato i convocati per le sue prime partite da commissario tecnico.
“Non voglio affidare l’orgoglio nazionale alle persone sbagliate. Dal punto di vista di chi vive il mondo dello sport, vorrei riappropriarmi della bandiera, per me e per tutti noi” ha detto ai giornalisti. Pur senza citare espressamente AfD, Klopp ha alluso alle elezioni in Sassonia-Anhalt e alla retorica nazionalista dell’estrema destra. In contrapposizione al risorgere dei sentimenti identitari, l’allenatore tedesco ha sottolineato come la squadra potrebbe promuovere un senso di comunità e di “patriottismo positivo”, contrastando la narrazione della destra radicale. “Non sono nemmeno sicuro che si possa parlare oggi di ‘orgoglio nazionale’ senza essere fraintesi. Posso sentirmi orgoglioso di essere tedesco ed essere pure aperto, diverso, gentile e accogliente”, ha spiegato.
Il complicato rapporto della Germania con calcio e nazionalismo
È noto che la Germania, nel secondo dopoguerra, abbia lavorato molto sulle problematiche sociali del proprio nazionalismo. Questo ha portato allo sviluppo di una cultura di totale rifiuto di quelle retoriche, soprattutto nell’ex Germania Ovest, che ha avuto tra le sue espressioni più estreme il movimento antideutsch degli anni Novanta. A livello sociale è sempre rimasto abbastanza una nicchia anche nella sinistra tedesca, ma ha avuto una certa fortuna in particolare nelle curve degli stadi di calcio, tra cui quella molto conosciuta del St. Pauli di Amburgo.
Ma separare il calcio per squadre nazionali dal nazionalismo politico è sempre stato molto complesso. La storica vittoria della Coppa del Mondo del 1954 ha dato alla Repubblica Federale Tedesca un nuovo mito fondativo attorno a cui costruire la propria identità. Ma le contraddizioni in questo rapporto sono sempre state evidenti: fino alla fine degli anni Ottanta, la Germania non aveva mai portato sulla propria maglia i colori della bandiera nazionale. Questo tabù è stato infranto solamente durante gli Europei del 1988.
La generazione che ha vinto il Mondiale del 2014 è passata alla storia proprio per la sua diversità etnica, grazie a giocatori come Jérôme Boateng, Sami Khedira e Mesut Özil. La retorica xenofoba, però, non è mai stata del tutto superata: già nel 2016 Alexander Gauland, uno dei fondatori di AfD, diceva che tutti erano d’accordo che Boateng fosse un bravo calciatore, ma la maggioranza della gente “non lo vuole come vicino di casa”. Özil ha spesso denunciato pubblicamente le offese razziste che riceveva ogni volta che non giocava bene con la Nazionale, e questo lo ha portato infine a decidere di abbandonare la selezione tedesca dopo il Mondiale del 2018, a soli 30 anni.
Il calcio ha sicuramente mostrato, negli ultimi decenni, un’idea di Germania diversa da quella immaginata dall’estrema destra, ma ha anche prestato il fianco, indirettamente, alla sua propaganda. Se, dal 1954, l’identità tedesca è stata ricostruita anche sui successi nel calcio, essa non può che trovarsi in crisi, viste le pessime prestazioni della Mannschaft (la “squadra maschile”) negli ultimi tre Mondiali. Da un lato, c’è l’abbandono della tradizione tattica della “vecchia” Germania, molto più difensivista rispetto a oggi. Dall’altro, c’è chi sottolinea la crescente presenza di cittadini di seconda generazione (Antonio Rüdiger, Jamal Musiala, Leroy Sané), che diventano ovviamente un problema quando i risultati sono sotto le aspettative.
Est contro Ovest
Il grande tema della politica tedesca, spesso connesso con l’ascesa di AfD, è quello del divario economico e sociale tra la ricca ex Germania Ovest e quella dell’Est, un tempo socialista. È in quest’ultima che sta prendendo piede l’estrema destra, come si nota ormai da qualche anno, e anche questa frattura tra le due Germanie è molto evidente in ambito calcistico.
Dalla riunificazione degli anni Novanta, il calcio orientale è stato praticamente cancellato. L’albo d’oro dei titoli nazionali indica come ufficiali solo quelli della Bundesliga, cioè del campionato occidentale, e nel frattempo i club dell’Est sono quasi del tutto scomparsi dal calcio professionistico. In questa stagione, nella massima serie ce n’è soltanto uno su diciotto, l’Union Berlino, mentre il RB Lipsia, tecnicamente orientale, è in realtà una squadra fondata molto dopo la riunificazione, nel 2009. Poco meglio nella seconda divisione, dove le squadre dell’Est sono tre su diciotto (Magdeburgo, Energie Cottbus e Dinamo Dresda).
Lo stesso discorso si può fare anche per i giocatori orientali, molto più rari tra i professionisti rispetto a quelli dell’Ovest, e quasi del tutto assenti dalla Nazionale. Nella lunga lista dei convocati di Klopp per le prossime partite c’è un solo giocatore nato all’Est, l’attaccante del Brentford Kevin Schade, che ha però un padre nigeriano. Tutto questo non fa che rinforzare, nei tedeschi l’orientali, l’idea di una marginalizzazione sociale che è evidente in ogni aspetto della Germania odierna.
In termini politici, la frattura si nota soprattutto tra le tifoserie. Se ad Ovest, specialmente a livello professionistico, gli ultras sono tutti o quasi antifascisti, scendendo nelle serie minori e spostandosi verso Est, la questione si ribalta. Le tifoserie di squadre come il Chemnitzer FC, il Lokomotive Lipsia, l’Hansa Rostock e addirittura il Magdeburgo – l’unica squadra della Germania socialista a vincere un trofeo internazionale, la Coppa delle Coppe del 1974 – sono esplicitamente neonaziste, e non da pochi anni. In questo senso, i tifosi di calcio hanno anticipato sugli spalti l’ascesa dell’estrema destra nella Germania orientale, a cui assistiamo oggi nelle urne.
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