Dopo oltre un decennio di relativa calma, nel 2026 la pirateria somala torna a far parlare di sé. È uno dei segnali e dei sintomi di una crisi, quella nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, che sta ridefinendo gli assetti di potere nell’area. Il problema di sicurezza marittima si intreccia con le difficoltà della guerra degli Usa contro l’Iran, con gli attacchi degli Houthi nello stretto di Bab el-Mandeb e con la partita del riconoscimento del Somaliland.
Il 29 settembre, le autorità del Puntland hanno annunciato che i pirati hanno ucciso cinque membri dell’equipaggio della petroliera MT Honour 25 poco prima che le forze di sicurezza liberassero la nave. Sono le prime uccisioni attribuite ai pirati somali da anni e segnano l’inizio di un’escalation violenta.
I pirati nel 2026
In gran parte, i pirati che hanno ripreso ad attaccare i mercantili al largo della Somalia sono gli stessi attori che operavano nella fase di maggior espansione del fenomeno, quella che va più o meno dal 2008 al 2012, quando ex pescatori e miliziani si organizzarono in bande armate minacciando le rotte commerciali mondiali. I metodi, le basi e le reti, però, si sono aggiornati.
La maggior parte delle operazioni parte ancora dal Puntland, regione semi-autonoma nel Nord-Est della Somalia, e in particolare dai porti e dagli approdi tra Eyl, Garacad e Hobyo. Secondo report di intelligence marittima, almeno due “gruppi di azione pirata” (PAG) sono attualmente attivi in modo coordinato: uno con base nella zona di Garacad, l’altro più a Sud, con legami con reti criminali e milizie locali.
Questi gruppi, che dieci anni fa usavano quasi unicamente piccoli skiff costieri, adesso si servono anche di navi catturate e usate come basi, pescherecci, dhow e talvolta mercantili minori, riuscendo così a spingersi a centinaia di miglia dalla costa, fino al Mar Arabico e all’Oceano indiano occidentale. Le stime parlano di centinaia di combattenti coinvolti direttamente o indirettamente, con una catena logistica strutturata che comprende finanziatori, intermediari per i riscatti, tecnici per le comunicazioni e contatti con le comunità locali. In un contesto di povertà cronica, con la pesca industriale straniera considerata (ora come allora) illegale e con un’autorità centrale assente, la pirateria resta per molti un’attività economicamente allettante, rilanciata da nuove opportunità geopolitiche.
Le tattiche sono simili a quelle del passato, ma con alcune novità. I pirati catturano prima imbarcazioni piccole e lente, che vengono usate come basi mobili per rifornimenti e appoggio. Da lì lanciano gli assalti finali con skiff veloci contro i mercantili di passaggio. Ed è così che riescono a colpire molto più lontano dalla costa, dove le pattuglie internazionali sono più rare. Secondo alcune fonti, come funzionari del Puntland e report di think tank, i gruppi avrebbero accesso anche a dispositivi GPS e a sistemi di comunicazione sofisticati, in alcuni casi attribuibili a reti collegate agli Houthi. Le testimonianze raccolte da media e analisti parlano di armi automatiche, lanciarazzi e, in alcuni casi, di forme di addestramento che ricordano quelle di milizie terrestri, con un possibile ruolo di Al-Shabaab come intermediario per armi e formazione.
Gli obiettivi dei pirati sono soprattutto navi con equipaggi numerosi e carichi di valore, petroliere, portacontainer, bulk carrier. Una volta catturata la nave, la conducano in un porto o in un punto di ancoraggio sotto il loro controllo, dove iniziano a fare le trattative. Le richieste di riscatto possono arrivare a milioni di dollari, che poi vengono divisi tra finanziatori, comandanti sul campo, milizie di protezione e comunità locali. Ad agosto 2026 risultavano oltre 90 ostaggi e diverse navi ancora in mano ai pirati, con trattative in corso per i riscatti. Il 29 settembre sono stati uccisi cinque membri dell’equipaggio della petroliera MT Honour 25.
Il triangolo Houthi – Al-Shabaab – pirati
A differenza del periodo 2008-2012, i pirati non approfittano solo del caos interno alla Somalia, ma anche di un ambiente marittimo e regionale profondamente mutato. I pirati avrebbero un rapporto anche con gli Houthi yemeniti e con i miliziani di Al-Shabaab. Stando ad analisi pubblicate su Arab News e Eurasia Review, gli Houthi forniscono armi, sistemi di comunicazione e addestramento ad Al-Shabaab; la milizia islamista, che controlla parti del sud della Somalia, offrirebbe a sua volta copertura logistica e supporto ai pirati, ricevendo in cambio una quota dei riscatti. Un rapporto del Policy Center for the South (2025) parlava già di una rete di alleanze tra Houthi, Al-Shabaab e pirati.
La Foundation for Defense of Democracies (FDD) riporta dichiarazioni di funzionari del Puntland (tra cui Mohamed Musa Abulle) secondo i quali gli Houthi avrebbero fornito ai pirati armi e dispositivi GPS per tracciare meglio le navi. Il rapporto dell’Un Panel of Experts on Yemen (ottobre 2025) documentava legami crescenti tra Houthi e Al-Shabaab.
Hormuz e guerra Usa-Iran
Il contesto strategico e geopolitico ha una valenza fondamentale nel ritorno della pirateria. Da fine febbraio 2026, con lo scoppio della guerra tra Stati Uniti e Iran, il blocco e la chiusura dello Stretto di Hormuz ha costretto molte compagnie a rivedere le rotte energetiche e commerciali. Parallelamente, gli attacchi Houthi nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden hanno ridotto in modo strutturale il traffico via Bab el-Mandeb. Da settembre 2026, con gli Houthi che hanno conquistato la costa yemenita fino a Mokha, Dhubab e l’isola di Perim, il transito commerciale nello stretto è crollato da una media pre-crisi di circa 70 navi al giorno a circa 26, con giornate di quasi blocco totale e un calo di oltre 90% per le petroliere. Molte navi hanno iniziato quindi a circumnavigare l’Africa o a usare corridoi più lunghi nell’Oceano indiano, aumentando sensibilmente tempi e costi assicurativi. Pattugliamenti e task force internazionali sono stati in gran parte assorbiti dalla protezione del traffico contro gli Houthi e dalla gestione della crisi di Hormuz, lasciando più spazio ai pirati somali.
Un nuovo fronte: il Somaliland
In questo scenario, il Somaliland è diventato una pedina centrale. Territorio autoproclamatosi indipendente nel 1991 senza il riconoscimento dell’Onu, è oggi riconosciuto solo da Israele. Le motivazioni di Tel Aviv sono chiaramente strategiche, anche perché il Somaliland controlla il porto di Berbera, sul Golfo di Aden, a poche decine di miglia dallo Yemen controllato dagli Houthi. Diventa quindi un potenziale hub di intelligence, monitoraggio e risposta agli attacchi Houthi, oltre ad essere un punto di appoggio nel Mar Rosso. Ansarallah ha risposto duramente, dichiarando che qualsiasi presenza militare israeliana in Somaliland sarà considerata obiettivo militare.
La visita del presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdullahi Irro, negli Usa, dimostra il tentativo di cercare il riconoscimento anche da parte degli Stati Uniti. Il Somaliland entra così nel più ampio scenario di crisi del Mar Rosso e della rivalità Iran-Israele/Usa.
Per i pirati, il Somaliland è un pericolo perché, a differenza della Somalia centrale e meridionale, ha mantenuto un grado di ordine interno che ha limitato la penetrazione dei gruppi di pirati sul suo territorio. Una maggiore presenza israeliana, e potenzialmente americana o emiratina, a Berbera potrebbe cambiare gli equilibri di pattugliamento nel Golfo di Aden, influenzando indirettamente anche le zone in cui operano i pirati.