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Carlos Eloy Viteri Gualinga è un antropologo, già direttore dell’Istituto per l’Ecosviluppo Regionale Amazzonico (Ecorae per la sigla in spagnolo), al secondo mandato parlamentare. È uno dei principali ideologi e promotori dello Stato plurinazionale. Anche noto per essere il pioniere del trasporto aeronautico amazzonico, con l’abbattimento dei costi per passaggio da 300 a 15 dollari, e del programma di ambulanza aerea. Carlos Viteri ha promosso la costruzione di cento ponti sospesi, una rete viaria sostenibile che connette i villaggi dell’Amazzonia ecuatoriale. Oggi è chiuso nell’ambasciata del Messico a Quito in attesa di un salvacondotto.

In Ecuador, infatti, è in atto una strategia di annichilimento politico, attraverso forme di persecuzione diretta e indiretta, fra cui quella giudiziaria, degli avversari dell’attuale governo, denominata “descorreización”, dal nome dell’ex mandatario Rafael Correa. Il Paese si trova sotto lo scrutinio della commissione interamericana dei diritti umani, e del relatore delle Nazioni Unite, per gravi e ripetute violazioni.

Il 1 ottobre, il presidente in carica Lenin Moreno ha annunciato attraverso i canali nazionali di radio e televisione misure consistenti, fra altri aspetti, nell’incremento del prezzo del combustibile – in un rango variabile dal 30 al 130% per prodotto, una riforma strutturale economica, sociale e di flessibilizzazione del mercato del lavoro, la contrazione dei salari e del 20% dell’impiego statale, la privatizzazione del sistema pensionistico e la riduzione dei versamenti, il taglio di un giorno di stipendio per i dipendenti delle imprese pubbliche. L’indomani, e per oltre dieci giorni, il popolo dell’Ecuador ha condotto grandi  raduni, dove la Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador (Conaie) ha assunto un ruolo da protagonista, al fianco di studenti e tutti i settori sociali. Il governo ha risposto con una severa repressione, tacciando il movimento di protesta di terrorismo.

La richiesta dell’opposizione di una sessione straordinaria del parlamento, per una risoluzione costituzionale della crisi, non è stata accolta dal presidente della Camera dei deputati, ed è stata etichettata dall’esecutivo come un tentato colpo di Stato. Con il degenerare della situazione, mentre la piazza chiedeva il ritiro dei decreti, il governo, da un lato, provocava morti, feriti e centinaia di fermi, e dall’altro, chiamava a un dialogo tardivo. Intanto, Moreno accusava il “correísmo” di attentato alla stabilità e alterazione dell’ordine democratico.

“Questa campagna è stata studiata per eludere la responsabilità delle conseguenze di decisioni prese senza consultare le parti”, afferma Viteri, di Revolución Ciudadana ed esponente del popolo ancestrale Sarayaku, del ceppo Kichwa dell’Amazzonia. “Sono state create le condizioni per giustificare l’oppressione che stiamo vivendo, materializzata in detenzione preventiva, senza dovuto processo e presunzione di innocenza”, continua Viteri, parlando dal luogo del suo rifugio.

Il 13 ottobre, il governo, i dirigenti della Conaie, e di diverse organizzazioni, si sono riuniti con la mediazione delle Nazioni Unite e della chiesa cattolica, ed è stata accordata la deroga delle misure economiche, la elaborazione di un decreto alternativo, e il termine dello sciopero generale. Il saldo della brutale condotta poliziesca e militare è di 11 decessi, 1340 ferimenti e 1192 detenzioni, secondo il rapporto della Defensoría del Pueblo e nessuna azione è stata intrapresa per identificare i colpevoli. Nonostante ciò, il giorno seguente, sono state ordinate perquisizioni a domicili privati e l’arresto di membri del partito di Correa, incluse cariche elettive, come il prefetto della provincia di Pichincha, Paola Pabón, con l’accusa di ribellione. Di recente, è stato imprigionato, Virgilio Hernández, segretario esecutivo di Revolución Ciudadana, con la stessa imputazione.

Allertato di un imminente procedimento della magistratura nei suoi confronti, e in quelli di altri membri del gruppo parlamentare, e confrontato con l’assenza di alcun tipo di garanzia, il deputato Viteri ha chiesto asilo politico in Messico. “Sono due anni che siamo oggetto di questo clima di aggressione. Non solo sono stato vittima in prima persona di un linciaggio mediatico, e l’apertura di una verifica di bilancio del mio esercizio all’Ecorae fuori i tempi massimi legali, i miei figli minori hanno dovuto cambiare scuola per episodi di bullismo, mio figlio maggiore, il primo pilota Kichwa del paese, è stato licenziato senza giusta causa, così mia moglie. Le minacce di morte, e gli attacchi di odio razzista, mi hanno indotto a sollecitare una scorta”. Durante la sua permanenza nell’ambasciata del Messico, il consiglio di amministrazione legislativa della Camera, controllato dai partiti di maggioranza, ha sospeso i diritti lavorativi e parlamentari di Viteri e predisposto la sua separazione dal servizio pensionistico.