Damasco, Siria – Dallo scoppio delle vicende siriane nel marzo 2011, la Turchia di Erdogan è stata ampiamente coinvolta nel fornire un passaggio sicuro, campi di addestramento, supporto logistico e sostegno militare e d’intelligence per decine di migliaia di terroristi e fanatici provenienti da ogni angolo del mondo. La mente dietro ai piani neo-ottomani in Siria e Iraq erano l’ex Primo Ministro e Ministro degli Esteri Ahmad Davutoglu, e Hakan Fidan, capo dell’intelligence turca MIT, entrambi amici stretti ed ex consiglieri di Recep Tayyip Erdogan.

La politica interna ed estera di Erdogan è stata un vero e proprio campo minato che ha rischiato di far crollare la Turchia. Il colpo di stato del 2016 e la massiccia campagna di repressione che ne è seguita, con l’arresto e il licenziamento di centinaia di migliaia di membri dello staff sia civile che militare, la crescente tensione tra la Turchia e quasi tutti i suoi vicini, gli USA e, a un certo punto, anche i Paesi EU, sono tutti fatti che hanno portato Erdogan a muoversi su un ghiaccio sempre più sottile.

A gettare benzina su un fuoco già divampante, è stato il recente e drammatico annuncio di Trump riguardo la ritirata delle truppe USA dalla Siria, che ammontano a circa 2000, e il conseguente fermento fra gli alleati regionali e locali, soprattutto i Curdi, la Turchia, l’Arabia Saudita e, in misura minore, Israele. Successivamente, l’improvviso cambio di rotta di Trump, che ha dichiarato di voler lasciare circa 200 truppe statunitensi nella Siria nordorientale e la base USA ad Al Tanf, ha creato ancora più confusione e ambiguità in una situazione già tesa e incerta, sia dentro che attorno alla Siria.

Erdogan è stato rapido nel cogliere questa opportunità provando a riempire il vuoto lasciato dal ritiro delle truppe americane in Siria. Ha provato in tutti i modi a convincere Trump che la Turchia è in grado di gestire sia i gruppi separatisti curdi, in particolare le SDF, addestrate e patrocinate dagli Stati Uniti, sia la sfida di un’entità curda indipendente lungo i 936 km del confine turco-siriano.

È evidente che non corre buon sangue tra i due leader, Trump ed Erdogan, e che non ci sia assolutamente fiducia tra Erdogan e tutti quelli che hanno avuto a che fare con lui. Probabilmente finora il Qatar è l’unica eccezione.
Le crescenti tensioni tra Ankara da una parte, ed Egitto, Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e le altre nazioni arabe dall’altra, non lasciano molta scelta a Erdogan. I personaggi che gravitano intorno al leader turco intuiscono che, d’ora in poi, questi si troverà spesso combattuto, nel mezzo di forze in conflitto e incoerenti alleanze.

La motivazione di questo cambio di rotta fornita dall’amministrazione Trump è stata: “stabilità, dal momento che la guerra contro l’ISIS sta giungendo al termine”, e “continuità della campagna” in questa parte della Siria. Ma questa giustificazione ha sollevato ulteriori domande, per esempio:

Come farà la Turchia a bilanciare la sua storica e terribile faida con i partiti curdi appoggiati dagli USA, che Ankara considera dei terroristi e un’appendice del PKK, con l’impegno e gli obblighi previsti dall’accordo con Trump sui Curdi e le aree a Est dell’Eufrate in seguito al ritiro delle truppe USA?

E che ne sarà degli accordi e delle intese di Erdogan con l’Iran e la Russia sulla Siria? Erdogan può permettersi di inimicarseli? Soprattutto Putin, che in più di un’occasione ha fornito a Erdogan una corda per scendere dall’albero sul quale lui stesso si era andato a incastrare?

Un meeting delle alte sfere della sicurezza saudita, organizzato in tutta fretta ad Abu Dhabi, ha concluso che la decisione di Trump di ritirare le truppe dalla Siria ha cambiato quasi completamente l’equazione nel Paese e non solo, che la Turchia, e non l’Iran, costituisce la loro più grande minaccia, e che quindi è nel loro interesse nazionale riprendere le relazioni diplomatiche con Damasco e riaprire le ambasciate. Il Presidente sudanese Omar Al Basheer è stato incaricato di incontrare in loro vece il Presidente siriano Bashar Al Assad a Damasco, la prima visita di questo tipo effettuata da un capo di stato arabo in quasi 7 anni.

Il messaggero è stato ricevuto, il messaggio accolto e l’ambasciata degli Emirati Arabi Uniti è stata velocemente riaperta. Molti altri Paesi arabi del Golfo stavano pianificando di seguire questo esempio, ma si sono ritrovati a subire forti pressioni da Washington perché rallentassero o addirittura sospendessero la normalizzazione delle relazioni con Assad, poiché ciò avrebbe provato che lui aveva vinto la guerra, anche solo da un punto di vista diplomatico. Così infine è stato deciso di obbedire agli ordini delle zio Sam.

Il recente summit trilaterale in Russia ha dato un certo impulso a una delle questioni più complesse, cruciali e intricate nel quadro strategico della Siria, in particolare di Idlib. Ma nonostante i sorrisi, i comunicati stampa e le dichiarazioni dei media, i progressi su questa vitale questione sono stati incredibilmente lenti.
È molto diffusa l’opinione che YPG, PYD e SDF – organizzazioni, partiti e milizie curdi di vari colori, forme e strutture – siano i maggiori sconfitti in questo tiro alla fune regionale e internazionale. Intanto Erdogan deve assicurarsi di non compiere alcun passo falso durante la sua pericolosa danza della guerra, poiché il prezzo da pagare potrebbe essere il suo sogno neo-ottomano.