Nella campagna elettorale che portò la sua elezione a presidente dell’Indonesia nel 2014, Joko Widodo aveva promesso una svolta liberale e democratica del suo Paese. I cittadini ricordavano ancora i duri anni della dittatura di Suharto e Jokowi, come era chiamato dai suoi sostenitori, sembrava possedere tutte le carte in regola per traghettare l’Indonesia verso una solida democrazia. Le speranze del popolo indonesiano – e soprattutto della parte più povera che maggiormente aveva creduto nelle su parole – sono state deluse già dai primissimi mesi, dopo la reintroduzione della pena di morte. Questa svolta repressiva, abbinata ai ruoli di ordine pubblico affidati a membri autoritari della politica indonesiana, ha rivelato sin da subito il vero scopo di Widodo: instaurare un nuovo regime militare nel Paese.

Il repentino cambio di alleati

Durante l’inizio del suo primo mandato, la coalizione che governava l’Indonesia era formata dal partito di Widodo e da quello di Basuki “Ahok” Purnama. Quest’ultimo, di etnia cinese e di religione cattolica, era il rappresentante soprattutto della parte laica del Paese, abitata in prevalenza da persone di fede musulmana e dalla posizioni integraliste.

Dopo solo tre anni, Ahok venne imprigionato con l’accusa di blasfemia e la coalizione di governo cambiò con l’alleanza col partito guidato dall’islamista Ma’ruf Amin nel 2017. Lo spostamento verso posizioni più radicali è stato quindi confermato dopo la vittoria nelle elezioni presidenziali del 2019, con la nomina a ministro della difesa del generale Prabowo, fedelissimo dell’ex dittatore Suharto.

L’ombra della dittatura cala di nuovo su Jakarta

Dopo la svolta democratica del 1998 e il difficile processo di stabilizzazione della democrazia, l’Indonesia affronta di nuovo lo spettro di una dittatura, pronta a dichiararsi ufficiale dopo lo stato de facto degli ultimi anni. Com’è stato possibile però che tutto ciò sia accaduto senza che nessuno a livello internazionale abbia alzato la voce? In realtà, a seguito della reintroduzione della pena capitale, qualche osservatore internazionale si è fatto avanti per denunciare la regressione delle libertà democratiche del Paese. Tuttavia, godendo dell’appoggio del primo ministro delle Filippine, Rodrigo Duterte, tutto ciò si è limitato a qualche fievole lamento, senza condurre a nessun risultato. La forte attività di contrasto al narcotraffico (in comune con l’alleato filippino) in fondo tornava molto comoda ai Paesi dell’area, tra i quali si può includere l’Australia. Quest’ultimo punto in particolare è il motivo fondante degli ampi spazi di manovra che sono stati concessi al governo di Jakarta.

I numeri delle cellule islamiste sono cresciuti

Mentre sotto il governo di Susilo Bambang Yudhoyono le formazioni terroristiche si rifacevano all’islamismo sono state duramente represse, sotto il governo di Widodo non sono state adeguatamente contrastate e, soprattutto dopo l’alleanza politica con Amin, la questione ha perso di interesse nei palazzi della capitale. L’accresciuto potere delle cellule terroristiche, molte delle quali affiliate all’Isis e ad Al Qaeda, ha reso il Paese tristemente all’avanguardia nella formazione dei foreign fighter che hanno combattuto anche nei territori siriani ed iracheni. I loro legami si sono spinti sino alla vicina isola dello Sri Lanka, aumentando la presenza di cellule terroristiche nella regione che hanno raggiunto la fama internazionale dopo gli attentati di Colombo durante la celebrazione della Pasqua cattolica del 2019.

Sotto il governo di Widodo il popolo indonesiano ha riscoperto cosa significa vivere sotto un sistema dittatoriale ed il futuro del Paese sembra destinato a seguire questa trasformazione. Se la situazione diverrà rilevante a livello internazionale prima che sia troppo tardi, nei prossimi anni forse non assisteremo alla trasfigurazione finale dell’Indonesia in regime dittatoriale; se il resto del mondo rimarrà in silenzio, il destino sarà tristemente segnato.