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Prima il Congresso, con il primo discorso dal 2015 a oggi; poi la Casa Bianca, per il vertice con un Joe Biden appena uscito dalla corsa per la riconferma alla presidenza; infine, un vertice personale a Mar-a-Lago, in Florida, con Donald Trump: la trasferta americana di Benjamin Netanyahu entra nel vivo e Bibi incontrerà i vertici politici americani di entrambi i partiti. Con un occhio particolare ai tempi: l’incontro con Biden arriverà a valle della passerella congressuale a cui è stato invitato su pressione dello Speaker repubblicano della Camera dei Rappresentanti, Mike Johnson. Quello con Trump, subito dopo il vertice con l’attuale comandante in capo. Con cui i paragoni saranno inevitabili.

Il rapporto di collaborazione Usa-Israele resta forte e saldo nonostante la guerra a Gaza, ma le frizioni politiche emerse con le critiche di Biden sull’offensiva a Rafah e gli inviti alla moderazione e alla ricerca di una fine del conflitto, pur edulcorate dal silenzio americano su tutte le sentenze contrarie a Israele degli organi internazionali, hanno fortemente compromesso i rapporti personali tra i leader. Tanto che Kamala Harris, sostituta di Biden nella corsa alla Casa Bianca per il Partito Democratico, ha preferito un impegno elettorale a Indianapolis al testa a testa con Bibi che poteva invocare da vicepresidente e, dunque, capa del Senato Usa.

Concludere, a consuntivo, il tutto con la visita a Trump e schiacciare quella a Biden tra quest’ultima e la visita al Congresso promossa da Johnson implica una palese preferenza del leader del Likud e capo conservatore del governo di destra israeliano per il Partito Repubblicano, nella cui ripresa del potere Netanyahu implicitamente spera.

Sulla guerra a Gaza il Grand Old Party ha messo a terra un pieno supporto a Israele. Trump ha al limite invocato una pronta fine della guerra senza però criticare Netanyahu per gli eccessi nei bombardamenti sulla Striscia. Dodici senatori repubblicani hanno scritto una lettera minacciosa a Karim Khan, procuratore capo del Tribunale Penale Internazionale, quando è emersa la possibilità che Netanyahu venisse incriminato per crimini di guerra.

Trump ha invocato, in caso di elezione, un “giro di vite” sulle proteste degli studenti universitari pro-Gaza, ha scelto come candidato vicepresidente J.D. Vance che è un aperto sostenitore di Israele e sul Medio Oriente, con sfumature, ha una posizione compatta con l’ala ortodossa del Partito Repubblicano. Che va da chi sostiene Israele in nome dei valori tradizionali a chi punta sul contenimento di potenze rivali come l’Iran grazie all’asse con Tel Aviv.

Sono apertamente pro-Israele anche i “guru” e maitre a penser del nuovo corso conservatore. Jordan Peterson, commentatore e “influencer” della nuova destra repubblicana, ha invitato Netanyahu a “scatenare l’inferno” a Gaza. Il miliardario Elon Musk ha visitato Israele e incontrato Netanyahu. Bill Ackman, miliardario repubblicano, grande donatore dei conservatori e fondatore dell’hedge fund Pershing Square, su X e con le sue donazioni lancia spesso campagne critiche di chi mette in discussione la narrativa pro-Israele, come i rettori delle università ove si sono scatenate le proteste pro-Gaza. Mike Pompeo, ex segretario di Stato di Trump, ha chiesto “l’annichilazione totale” di Hamas.

Questo è il mondo repubblicano che sarà in maggioranza al discorso di Netanyahu al Congresso, pronto a dare una passerella al primo ministro che spera nel Trump 2.0. Del resto, dal campo dem non sono solo i radicali come Bernie Sanders ad aver dato forfait, ricorda Politico: “Decine di parlamentari democratici di base hanno intenzione di evitare il discorso tanto atteso di Benjamin Netanyahu al Congresso mercoledì, timorosi di dare al primo ministro israeliano una platea nel contesto del conflitto in corso a Gaza, che ha ucciso decine di migliaia di palestinesi. Finora, almeno 18 democratici alla Camera e nove democratici al Senato hanno dichiarato pubblicamente che mancheranno al primo discorso di Netanyahu al Congresso in quasi un decennio“. 

Una faglia palese che per Netanyahu equivale a una scelta di campo. Ma per molti una ribellione a un invito che segnala anche l’impotenza per gli Usa nel tentativo di cambiar rotta sul caso-Gaza. Netanyahu, furbescamente, si prende la passerella. Nella speranza che a novembre il ritorno di Trump possa garantirgli l’impunità. Con buona pace dei cittadini di Gaza, già non ai primi posti oggi nei pensieri degli Usa…

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