Il presidente siriano Bashar al-Assad ed il ministro degli esteri iraniano Mohammad Javid Zarif si sono incontrati a Damasco ed hanno espresso una forte condanna nei confronti dell’Occidente per come ha gestito l’emergenza sanitaria del Covid-19. Assad ha offerto le proprie condoglianze al popolo iraniano, segnato dalla morte di oltre 5.200 persone ed ha poi affermato come la crisi abbia reso evidente il fallimento morale delle nazioni occidentali. Zarif si è invece scagliato contro l’amministrazione Trump, colpevole di non aver rimosso le sanzioni contro Damasco e Teheran malgrado la grave pandemia. La Casa Bianca ha sinora insistito nella sua campagna di “massima pressione” contro l’Iran ed ha rifiutato di far cadere le misure che, secondo Teheran, impediscono al governo locale di fronteggiare nel modo migliore la pandemia.

Un rapporto consolidato

L’Iran ha sostenuto il governo siriano sin dai primi giorni della guerra civile, scoppiata nell’ormai lontano 2011. La Siria riveste un’importanza strategica rilevante per Teheran e funge da cuscinetto contro l’attivismo di due rivali storici di Teheran: Israele ed Arabia Saudita. L’emersione di gruppi radicali sunniti, come lo Stato Islamico, ha  rafforzato la determinazione iraniana nel supportare Damasco che è anche un utile ponte per cementare i legami con Hezbollah in Libano. Questi legami potrebbero essere messi in crisi dalla pandemia: l’economia di Teheran, già piegata dalle sanzioni americane sull’export petrolifero, subirà gli effetti recessivi del virus e ciò potrebbe portare ad un indebolimento della proiezione strategica sulla Siria. Le milizie filo-iraniane, attive anche nella provincia di Idlib, potrebbero essere costrette a ritirarsi o a ridurre il loro impegno. Questi sviluppi possono favorire Mosca, che ha basi militari in Siria e rapporti stretti con l’esecutivo del Paese. Il contributo della Federazione  ha invertito il corso della guerra civile siriana ed ha consentito ad Assad di riconquistare buona parte del Paese.

Le prospettive

I rapporti tra Damasco e Mosca sembrano però mostrare alcune crepe: Aleksandr Aksenenok, ex ambasciatore russo nel Paese, ha recentemente affermato, in un articolo pubblicato sul sito del Russian Affairs Council, che Damasco non sembra aver adottato una strategia lungimirante e flessibile in merito alla risoluzione del conflitto interno e come, piuttosto, continui a perseguire la via dell’approccio militare finanziato grazie al supporto economico e militare degli alleati. Le critiche di Aksenenok si sono fatte ancora più pungenti quando ha evidenziato come, in alcune occasioni, sia difficile differenziare le operazioni anti-terrorismo di Damasco dal mero esercizio della violenza nei confronti degli oppositori del governo. La Federazione Russa potrebbe non essere disposta ad accondiscendere a tutte le richieste di Assad. Il crollo del prezzo del petrolio sul mercato mondiale sembra destinato ad impattare sulle capacità di riscatto di Teheran ed è probabile che lo scenario siriano vedrà un indebolimento dell’influenza iraniana. Sullo sfondo c’è l’antagonismo con gli Stati Uniti: l’evoluzione di questi rapporti è legata ad un’eventuale riconferma dell’amministrazione Trump alle elezioni di novembre.