Non solo Ucraina. Nel grande gioco della diplomazia mondiale entra anche il dossier Iran, quello legato al programma nucleare di Teheran. Un tema sempre caldo in cui si intrecciando interessi che riguardo inevitabilmente anche la guerra a Kiev, dove sono coinvolte tutte le potenze che giocano un ruolo di primo piano anche nel più grande nodo strategico del Medio Oriente.

Oggi il ministero degli Esteri iraniano, citato dall’agenzia Irna, ha annunciato che il ministro Hossein Amir-Abdollahian sarà a Mosca. L’arrivo è previsto per domani. La notizia è particolarmente importante perché nei giorni scorsi, ma soprattutto prima dell’inizio della guerra, era sembrato che fosse vicino un compromesso tra le diverse potenze coinvolte nell’accordo sul programma nucleare iraniano, il Jcpoa. Poi, il conflitto in Ucraina è entrato prepotentemente anche nei negoziati sull’atomo di Teheran, con la Russia che, assediata dalle sanzioni, ha chiesto garanzie sul commercio con l’Iran. Il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, era stato molto chiaro: il Cremlino avrebbe posto il veto a qualsiasi accordo senza che non fosse messo nero su bianco che le sanzioni non avrebbero intaccato i traffici tra Mosca e Teheran. Una scelta decisamente in controtendenza rispetto al periodo precedente, perché, come spiegato da Agi, i funzionari occidentali concordano sul fatto che la Russia aveva svolto un ruolo assolutamente costruttivo sul negoziato di Vienna. Anzi, era ormai dato per “pronto” un testo che potesse porre fine alla sfida sul programma nucleare iraniano. Ma la richiesta russa ha imposto uno stallo a tutte le trattative.

L’Iran ora si trova a dover gestire un conflitto di interessi molto difficile. Da una parte c’è il problema di mantenere saldi i rapporti con la Russia in un momento in cui il presidente Vladimir Putin è isolato dal mondo. Teheran non può mostrare di abbandonare la potenza che lo ha sostenuto in un difficilissimo negoziato sul nucleare degenerato soprattutto dopo l’uscita degli Stati Uniti con Donald Trump. E in questo momento i dossier che uniscono Iran e Russia sono molti, a cominciare da quello siriano, mai chiuso definitivamente, fino al discorso petrolifero. Dall’altra parte, però, il governo iraniano sa anche che l’accordo è a un passo e questo potrebbe mettere fine a una serie di sanzioni che hanno indebolito l’economia nazionale e mantenuto l’isolamento di Teheran a un livello sostanzialmente bellico. A questo si aggiunge la spinta cinese, dal momento che Pechino e Teheran hanno siglato accordi strategici di importanza tale che qualsiasi stop sulla via dell’apertura all’Occidente sarebbe visto come un problema anche da parte di Xi Jinping.

Proprio per questo motivo, l’amministrazione iraniana invia a Mosca il capo della diplomazia e nello stesso tempo, attraverso il Segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale, Ali Shamkhani, twitta: “Resteremo ai colloqui di Vienna fino a che non raggiungeremo un ‘accordo forte’ che va incontro a tutte le nostre richieste logiche e legali”. “Tutti i rami del governo iraniano, a prescindere da intenzionali proteste interne o esterne, si impegnano soltanto a promuovere gli interessi nazionali” ha scritto Shamkhani. Ma se l’Occidente accusa la Russia, per l’Iran bisogna guardare anche agli Stati Uniti. E con gli Stati Uniti anche Israele, che quell’accordo lo ha sempre visto con sospetto, se non, con Benjamin Netanyahu, come un vero pericolo strategico.

A questo proposito, è chiaro che l’inserimento del governo israeliano nelle trattative tra Russia e Ucraina possa avere anche un peso nelle logiche dell’unico negoziato che in questo momento conta per lo Stato ebraico: quello sul nucleare iraniano. Il premier Naftali Bennett ha provato a ritagliare per il suo esecutivo il ruolo di mediatore. Israele ha ottimi legami con Mosca e con Kiev, e a questo si deve aggiungere l’interesse dello Stato mediorientale per garanzie sulla partita iraniana. Un intreccio quasi inestricabile, su cui pesa, inevitabilmente, il ruolo degli Stati Uniti. E su cui la Russia può puntare per ottenere condizioni più favorevoli nel negoziato per la fine della guerra.

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