diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY

Cassa Depositi e Prestiti è al centro della cruciale partita delle nomine alle società partecipate che coinvolgerà l’attività del governo Draghi negli ultimi giorni di maggio. E il controllo della banca partecipata a maggioranza (83%) dal ministero dell’Economia e delle Finanze e in quota minoritaria (16%) dalle fondazioni bancarie appare uno degli scenari decisivi per capire le traiettorie future del sistema-Paese, della sua classe dirigente e dei progetti che dovranno risollevare l’Italia dopo la pandemia.

Mario Draghi ha predisposto un metodo diretto e incisivo per gestire le nomine apicali in questa stagione decisiva: decidere in autonomia, senza dipendere dai partiti, con l’ausilio di una stretta e selezionata cerchia di consulenti. Nel caso di Cdp, che dovrà veder rinnovato il consiglio d’amministrazione, la partita chiave è quella per la scelta dell’amministratore delegato. Ruolo chiave di fronte al crescente impegno della banca di Via Goito nell’economia nazionale, centrato soprattutto sul fondo  Patrimonio destinato, il vero e proprio “fondo sovrano” dal valore di 44 miliardi di euro che ai sensi del Decreto Rilancio promosso dal governo Conte II avrà in gestione per il sostegno e rilancio del sistema economico e produttivo. Una proiezione cui si aggiunge la presenza di forti partecipazioni in gruppi come Snam, Terna, Italgas (tramite Cdp Reti), Eni (25,76% delle quote), Ansaldo, WeBuild, OpenFiber (partecipate o controllate tramite Cdp Equity), Saipem e Fincantieri (via Cdp Industria e Fintecna) che rendono la Cassa un motore dell’economia nazionale. E che si completa pensando al forte legame con le fondazioni bancarie che, dall’housing sociale alla mobilitazione del risparmio postale per investimenti e emissioni di linee di finanziamento, rendono Cdp presente vicina ai territori.

Palermo-Scannapieco, sfida a due

Un vero e proprio “Tesoro nel Tesoro” quello di Cdp, che in vista del prossimo round di nomine vedrà la poltrona di ad contesa tra l’attuale titolare, Fabrizio Palermo, e il suo più papabile successore Dario Scannapieco.

Palermo, scelto nel 2018 per guidare il gruppo Cdp dopo esserne stato direttore finanziario nei quattro anni precedenti, gode del generale favore del Movimento Cinque Stelle, che assieme al premier Giuseppe Conte lo sponsorizzò fortemente per il ruolo ai tempi del governo gialloverde e ora, soprattutto tramite Luigi Di Maio, lo difende assieme ai progetti portati avanti e ancora in via di realizzazione come quello per la rete unica. Ma la sua riconferma appare in bilico, se si guarda al nuovo metodo Draghi, pensando al profilo dello sfidante. Classe 1967, Danilo Scannapieco è da quattordici anni vicepresidente della Banca europea degli investimenti con sede in Lussemburgo. Scannapieco ha iniziato il mandato di vicepresidente della Bei il 16 agosto 2007. Il suo mandato è stato successivamente rinnovato due volte, nel 2013 e nel 2019 e si estende a una serie di dossier chiave per l’istituzione di riferimento, vero e proprio gigante nascosto d’Europa, tra cui i finanziamenti alle Pmi e alle midcap e la cooperazione tra la Bei e il Fondo europeo investimenti (Fei).

Parliamo di questioni che sono fortemente assimilabili a quelle che coinvolgeranno il nuovo corso della Cassa. Inoltre, Scannapieco è figura di assoluta fiducia del presidente del Consiglio in carica, che nel 1997 lo volle come suo consigliere personale quando ricopriva la carica di direttore generale del Tesoro, preludio alla sua ascesa al vertice della Banca d’Italia e della Banca Centrale Europea, e ora potrebbe volerne rilanciare competenze e preparazione per rafforzare la solidità del nucleo di fedelissimi nelle istituzioni italiane e avere un canale diretto e privilegiato con un’istituzione che sarà centrale nel definire i progetti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).

Tutti i guai di Palermo

Perché Draghi potrebbe essere tentato dall’idea di sostituire Palermo in una fase tanto critica? L’ad in carica ostenta serenità, non manca di ribadire la sua possibilità più che concreta di restare a Via Goito, ma la realtà dei fatti è che la sua posizione è in bilico e che Draghi e il ministero dell’Economia di Daniele Franco vorrebbero chiarezza e discontinuità in diverse attività della Cassa.

In primo luogo, a Palermo sono rimproverati i ritardi su due dossier ritenuti vitali per l’economia nazionale: quello di Autostrade per l’Italia e quello dell’affare Tim-Open Fiber per la rete unica. Progetti di valenza strategica su cui, in vista dei necessari investimenti infrastrutturali e produttivi legati al Pnrr nei settori delle infrastrutture e del digitale, Palermo con ogni probabilità finirà il suo primo (o unico?) mandato senza aver concluso in maniera definitiva accordi o svolte sostanziali. Parliamo di questioni tanto rilevanti da non poter essere compensati dai risultati ottenuti su dossier come la fusione Nexi-Sia e l’operazione Euronext. Palermo ha inoltre dovuto subire il graduale distacco dal controllo della Cassa di Sace, passata sotto il coordinamento del Tesoro durante la pandemia e che ora appare destinata a passare definitivamente fuori dal perimetro di Via Goito.

In secondo luogo, Palermo appare incardinato in un sistema di potere che riflette assetti superati negli ultimi mesi. In particolare l’assetto legato alla presenza degli ultimi superstiti dell’era Conte, con annessi rapporti con figure ben inserite nei salotti romani come Massimo D’Alema, che sono stati via via sostituiti nelle prime settimane del governo Draghi: persone come Domenico Arcuri e Gennaro Vecchione, rimossi dagli incarichi di commissario straordinario all’emergenza Covid e direttore del Dis, sono stati avvicendati con Francesco Paolo Figliuolo ed Elisabetta Belloni, professionisti dotati di solide conoscenze delle materie che sono stati chiamati ad affrontare e depositari dell’assoluta fiducia del premier. La necessità di portare figure di spessore e competenze nei ruoli chiave nel campo delle nomine si sostanzia nella spinta a ricercare figure manageriali fortemente orientate alla governance delle dinamiche di mercato e dotate di una solida esperienza internazionale, e lontane dalla palude e dal sottobosco degli intrighi romani.

Infine, non bisogna dimenticare i solidi riferimenti euro-atlantici di Draghi e del suo esecutivo, che portano con sé prese di posizione ben definite nei confronti dei rapporti economici, finanziari e commerciali del Paese. Fonti altamente qualificate di InsideOver, esperte delle dinamiche politiche ed istituzionali del governo, ci ricordano che Palermo è in questo contesto ritenuto persona non grata nel contesto dell’ambasciata statunitense ed è inviso agli americani da quando, nel 2019, ai margini del memorandum firmato dall’Italia per l’adesione alla “Nuova via della seta” promosse in seno a Cdp l’emissione dei cosiddetti panda bond, titoli obbligazionari denominati in yuan, per circa 650 milioni di euro.

Giorni decisivi

Palermo, ricordano le nostre fonti, in questo contesto appare privo delle certezze che più volte la stampa gli ha attribuito circa la possibilità di riconferma. Dopo un incontro avuto con il principale consigliere economico di Draghi, il professor Francesco Giavazzi, di cui ha dato conto La Repubblica, l’attuale amministratore delegato, ci segnalano, non è riuscito nell’intento di ottenere un incontro diretto con il premier in vista della nomina definitiva. Questo segnerebbe un vero e proprio flop di un altro apparato costruito da Palermo negli ultimi mesi ed anni, il sistema di promozione e comunicazione incardinato sulla Fondazione Cdp la cui presidenza è stata affidata all’ad di Simest, Pasquale Salzano, e la cui direzione generale a Mario Vitale, Responsabile Business Development della Luiss Business School, e che Palermo, ci spiegano le nostre fonti, intendeva presentare come strumento di ampliamento della sua rete informale nelle “stanze dei bottoni” di Roma.

Draghi ha stravolto le gerarchie e cambiato profondamente le prassi nel contesto degli ambienti istituzionali italiani. E il valzer delle nomine, che procede sotto traccia e al riparo dai prevedibili assalti alla diligenza, lo testimonia. A suo modo, la sfida tra Palermo e Scannapieco è la partita tra due mondi sempre meno conciliabili ai tempi della risposta alla crisi pandemica, della ristrutturazione istituzionale imposta dagli attuali equilibri politici e dall’apertura di numerose sfide economiche e sociali per il sistema-Paese. Ed è chiaro che un cambio della guardia a Via Goito segnalerebbe che il progetto di Draghi è destinato a ramificarsi e a consolidarsi, complice la rilevanza sistemica di Cdp come apparato economico e finanziario e “centrale operativa” per la ripresa economica italiana. Aumentando sempre di più il distacco con la precedente era Conte, naufragata a cavallo tra il 2020 e il 2021 sotto il peso di appetiti politici divergenti e della mancanza di visione della maggioranza giallorossa.