Nella giornata del 10 dicembre a Baku, la capitale dell’Azerbaigian, ha avuto luogo una celebrazione in grande stile corredata di parata militare, bandiere turche, musica e mostra al pubblico di bottini di guerra, per celebrare la recente vittoria nel Nagorno Karabakh. All’evento è stato invitato e ha partecipato il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, il vero artefice del successo azero e il cui discorso tenuto in occasione della parata ha suggellato de facto la trasposizione in realtà del concetto panturco di una nazione in due stati.

La parata e il discorso di Erdogan

Un clima di giubilo e festa ha dominato le strade di Baku il 10 dicembre, giorno in cui ha avuto luogo la Parata della Vittoria. La folla è stata allietata da musica, eventi vari, una parata militare in grande stile e dalla presenza di Recep Tayyip Erdogan, il quale si è rivolto alla nazione azera con un discorso carico di enfasi, riferimenti al passato, patriottismo e minacce all’Armenia.

La parata della vittoria ha visto la partecipazione di oltre 3mila soldati e di circa 150 mezzi militari, inclusi sistemi di artiglieria e missilistici, e la presentazione al pubblico di armamenti sottratti alle forze separatiste dell’Artsakh nel corso del conflitto. La parte più importante della sfilata, però, è iniziata quando Erdogan ha preso il microfono per rivolgersi al pubblico.

Il discorso di Erdogan al popolo azero è stato curato nei minimi dettagli, scritto e pronunciato in maniera tale da non lasciare spazi di sorta a interpretazioni alternative e ad ambiguità; quel monologo ha suggellato la nascita dell’alleanza panturca fra Turchia e Azerbaigian, germogliata silenziosamente negli ultimi trent’anni e sbocciata definitivamente nel corso del secondo capitolo della guerra nel Nagorno Karabakh.

Una nazione in due stati; questo è il concetto che Erdogan ha voluto esporre ed esprimere per l’intera durata del discorso, spiegando che “[questo] è un giorno di vittoria e orgoglio per l’intero mondo turcico” e che “anche la Turchia, proprio come l’Azerbaigian, ha percepito il dolore dell’occupazione del Nagorno Karabakh”.

La lotta della nazione in due stati per la riconquista dell’intera regione contesa non si fermerà, è entrata semplicemente in pausa, perché “la battaglia condotta nelle aree militari e politiche continuerà da ora in poi su molti altri fronti”. L’Armenia, ha proseguito Erdogan, dovrà “valutare adeguatamente la situazione attuale e pianificare di conseguenza le future strategie”.

Il presidente turco, inoltre, ha invitato sia l’Armenia che l’Azerbaigian a ripensare la loro visione del mondo e il loro schieramento nelle relazioni internazionali, spiegando che nulla può essere ottenuto “sotto il pungo imperialista occidentale” e addossando le reali responsabilità del conflitto al Gruppo di Minsk, accusato di inerzia. L’Armenia, ha spiegato infine Erdogan, “se abbandonasse le sue ambizioni irrazionali, potrebbe diventare parte delle nostre alleanze regionali un giorno”.

Nasce ufficialmente l’alleanza panturca

Nel dopo-parata i presidenti di Turchia e Azerbaigian hanno partecipato ad una conferenza stampa per annunciare di aver siglato una serie di accordi e memoranda su diversi argomenti e settori, tra i quali l’informazione e la libera circolazione dei cittadini tra i due Paesi. Ilham Aliyev, il presidente azero, ha approfittato dell’occasione per pubblicizzare i droni Bayraktar TB2, i giannizzeri del cielo, e per spiegare ai giornalisti che “l’intervento di Erdogan durante la parata era un messaggio al mondo intero: l’Azerbaigian non è da solo, e la Turchia sarà sempre presente per l’Azerbaigian”.

Il 10 dicembre, in breve e in pratica, hanno avuto luogo i festeggiamenti per la fine della guerra nel Nagorno Karabakh e per l’inizio di una nuova era nel Caucaso meridionale, basata su un ritorno al passato, ossia sul rientro della Sublime Porta nella gestione delle dinamiche regionali e con un ruolo inalterato rispetto ai secoli scorsi: a supporto degli azeri, in quanto popolo turco, e contro gli armeni, in quanto ostacolo alla costruzione di un corridoio panturco.

È eloquente a questo proposito, e non necessita di ulteriori chiarimenti, il fatto che la grande stampa turca abbia intervistato dei cittadini azeri presenti alla parata e dato voce alle loro richieste, tra le quali il sogno di vedere le forze di mantenimento della pace turche nel Nagorno Karabakh, che è, poi, l’ambizione di Erdogan. Le strade di Baku, del resto, sono state addobbate con la mezzaluna e stella turca, in accompagnamento alla bandiera azera, e non con il tricolore russo.

Il Cremlino ha puntato sulla via ritenuta più consona al proprio interesse nazionale: mantenere un ruolo super partes, nella consapevolezza dell’impreparazione e della maggiore debolezza di Yerevan, funzionale ad un’intromissione in extremis nel conflitto in qualità di mediatore tra i belligeranti. Ed è questo che è avvenuto: la diplomazia russa ha ottenuto che le parti accettassero il proprio piano di cessate il fuoco, sullo sfondo del ritorno di Nikol Pashinyan e dell’intera dirigenza armena nell’orbita moscovita.

L’equidistanza russa, però, non era stata pensata solamente in chiave anti-Pashinyan, era stata considerata come l’unica maniera di ridurre l’astro turco su Baku – uno scenario non realizzatosi, come hanno dimostrato gli accadimenti del dopo-cessate il fuoco: le proteste sparute contro la presenza russa nel Nagorno Karabakh, la linea ferroviaria Nakhchivan-Baku, la diplomazia dei parchi tecnologici e infine la parata della vittoria.

Il 10 dicembre è avvenuta la consacrazione ufficiale dell’alleanza panturca, ovvero il riorientamento di Baku in direzione di Ankara e del mondo turco. Invertire tale tendenza sarà complicato – a meno di una fine prematura delle ambizioni egemoniche di Erdogan causa implosione da sovraestensione imperiale e dell’adozione da parte di Mosca di una contro-strategia di potere morbido che riduca il raggio d’azione del panturchismo per mezzo del rilancio dell’idea del mondo russo (Russkij Mir) – perciò, nel caso in cui ciò non dovesse avvenire, il Cremlino dovrà agire di conseguenza e accettare la divisione del Caucaso meridionale su criteri huntingtoniani, ossia di civiltà, siglando un’alleanza di ferro con Yerevan in chiave antiturca e antioccidentale.

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