Mentre il Libano da oramai più di un mese è in piazza per manifestare contro corruzione e sprechi, il parlamento era in procinto di votare nella giornata di martedì una legge di amnistia per molti soggetti coinvolti in svariati reati finanziari. Basta questo per far capire come in quel di Beirut, oltre alla capacità di ritrovare la quadra in un contesto molto difficile quale quello attuale, a mancare è soprattutto una certa lucidità politica. Ed il fatto di non avere più un premier in carica non sta facendo altro che complicare ancor di più la situazione.

Niente intesa sul nuovo premier

La seduta che doveva dare il via libera alla nuova legge di amnistia è stata rinviata a data da destinarsi. Dunque per il momento la controversa norma non è passata, anche perché gli stessi manifestanti hanno fisicamente impedito a molti deputati di entrare nell’aula parlamentare. Una vittoria per chi sta mandando avanti le proteste, anche se il semplice fatto di voler proprio in questi giorni varare una legge di depenalizzazione di alcuni reati finanziari ha scosso reso la piazza insofferente. Peraltro i manifestanti erano già mobilitati: molti di loro erano pronti alle barricate dopo le indiscrezioni sul nome del nuovo premier. Saad Hariri infatti, come si sa, si è dimesso lo scorso 28 ottobre. Da allora si sono fatte insistenti le voci di una sua possibile riconferma, ma alla guida questa volta di un governo tecnico.

Una prospettiva quest’ultima che non ha avuto però il favore né dei partiti sciiti, a partire da Hezbollah, e né delle principali formazioni maronite. Da qui l’idea di trovare un nuovo nome, sempre ovviamente sunnita: la spartizione delle cariche volta a dare equilibrio istituzionale al paese dei cedri, prevede per l’appunto che il premier sia sunnita, il presidente della Repubblica cristiano maronita ed il presidente del parlamento sciita. Nella giornata di venerdì l’attuale ministro degli esteri, il maronita Gebran Bassil (genero del presidente della Repubblica Michel Aoun), si è sbilanciato affermando che un compromesso era stato raggiunto: in particolare, era stato individuato in Mohammad Safadi il nuovo premier. Il suo è un profilo molto vicino a quello del premier dimissionario Hariri. Safadi è infatti un uomo d’affari sunnita, impegnato nel settore immobiliare e finanziario, molto vicino all’Arabia Saudita.

Un nome molto sgradito ai manifestanti, che avevano iniziato a mobilitarsi. Necessità venuta meno, visto che lunedì lo stesso Safadi ha affermato di non voler accettare l’incarico. Il suo sospetto, come ha scritto l’inviato di Repubblica Alberto Stabile, è stato quello di poter passare per “agnello sacrificale” dell’uscente Hariri. Intanto proprio dal quartier generale del primo ministro dimissionario è uscita una nota in cui è stato accusato proprio Bassil di aver avuto un comportamento poco consono al suo ruolo. Un “j’accuse” dovuto principalmente al sospetto che il ministro degli esteri abbia voluto appositamente “bruciare” con le sue dichiarazioni la candidatura di Safadi.

Intanto nel paese si rischia il caos

La paralisi è sia all’interno dei palazzi del potere, da cui non si riesce a dare al paese nemmeno un governo, e sia in piazza con i manifestanti che proseguono con le proprie proteste. Lo stallo sta rischiando di far seriamente scivolare il Libano nella paralisi: l’economia è ferma, molte arterie di Beirut e delle aree principali del paese sono presidiate dai manifestanti, il complesso finanziario inizia ad aver timori circa la propria tenuta. Non è un caso che martedì le banche libanesi hanno messo in atto alcune restrizioni. Si tratta di “misure straordinarie”, come si legge sull’Ansa, attuate per prevenire fughe di capitali.

Sono in tanti infatti coloro che, da quando è iniziata la protesta, hanno prelevato ingenti quantitativi di denaro per le paure derivanti da possibili paralisi del sistema bancario. Le misure prese dagli istituti di credito hanno gettato un’ulteriore ombra sulla tenuta dell’economia libanese. Ed il medio oriente torna ad avere il fiato sospeso.