Il 24 agosto si è aperta la terza edizione del forum “Visioni di sviluppo” a Gdynia, città polacca che si affaccia sul mar Baltico. All’inaugurazione dell’evento ha partecipato il primo ministro, Mateusz Morawiecki, che si è rivolto al pubblico presente con un discorso carico di significato, indirizzato all’intero Occidente, nel quale ha definito la pandemia la “guerra mondiale dei nostri giorni”.
Il forum
Il forum “Visioni di Sviluppo” è una due-giorni dalla genesi molto recente – quest’anno è la terza edizione – che riunisce tutti quei politici, grandi imprenditori, scienziati e accademici del mondo polacco accomunati da una caratteristica: essere visionari, avere una visione tanto ambiziosa quanto realizzabile che sia capace di migliorare il futuro del Paese dal punto di vista della prosperità materiale, del benessere sociale, dello spessore geopolitico e dello sviluppo multidimensionale.
L’evento, elaborato su iniziativa di Diritto e Giustizia, è divenuto celermente un appuntamento molto seguito e accreditato. Quest’anno vi hanno preso parte 450 personalità del mondo politico, imprenditoriale e scientifico, fra i quali diversi ministri dell’attuale governo e una delegazione dell’Agenzia Spaziale Polacca.
I temi dibattuti sono stati diversi e ognuno di estrema attualità; fra i più importanti: la corsa di Varsavia verso la costruzione di una propria tecnologia 5G, la diversificazione industriale per ridurre l’emancipazione dagli investimenti esteri, l’elaborazione di politiche per sostenere la crescita economica nel lungo periodo, e la formulazione di strategie di contrasto per combattere la pandemia.
La guerra mondiale dei nostri giorni
Un filo sottile lega ognuno degli argomenti che si è deciso di trattare quest’anno: dal modo in cui i cervelli riunitisi al forum riusciranno ad affrontare le sfide studiate dipenderà il futuro della nazione e, a latere, dell’Europa intera, alla luce della crescente rilevanza geopolitica e geostrategica (ri)conquistata dalla Polonia negli anni recenti per via del ritorno in scena della guerra fredda fra Occidente e Russia.
Al primo ministro polacco Mateusz Morawiecki è stato affidato l’onere di tenere il discorso di apertura del forum e l’argomento principale, non a caso, è stato proprio quel filo sottile che lega la pandemia ai grandi eventi che stanno scuotendo la realtà internazionale, scrivendo nuove divisioni del potere ed erodendo quelle tradizionalmente consolidate.
“Oggi, più che un anno fa, stiamo vivendo in un’epoca di svolta per via di ciò che la pandemia ha fatto al mondo. Al tempo stesso, noi abbiamo il dovere di porci delle domande molto ostiche all’interno delle attuali circostanze politiche, sociali ed economiche, dato che questa è la responsabilità che ci è stata affidata”.
A quelle domande, secondo Morawiecki, dovranno anche essere date obbligatoriamente delle risposte; solo in questo modo sarà possibile “tracciare il percorso verso il futuro”.
“Qui e adesso, il mondo intero sta venendo colpito dalla pandemia e non possiamo prendere le distanze da questo. Siamo parte di questi sviluppi, qualcuno direbbe che [siamo] una nave in acque agitate, e non sappiamo bene come e in quale direzione esse ci porteranno. Al tempo stesso, possiamo concludere che questo è un punto di svolta per la storia economica del mondo”.
Ma il passaggio più importante è un altro, quello in cui Morawiecki definisce la pandemia “la guerra mondiale dei nostri giorni che sta cambiando completamente gli equilibri di potere. O, almeno, sembra che l’epidemia condurrà ad una profonda ricostruzione degli equilibri di potere”. Secondo il primo ministro era dalla caduta del comunismo che l’Occidente non sperimentava una crisi del genere, fonte di “una pressione sta riorganizzando i rapporti geopolitici globali”.
Curiosamente, Morawiecki si è ricollegato – forse intenzionalmente o forse per una coincidenza che indica una forte comunanza di visioni – al discorso che il primo ministro ungherese Viktor Orban ha rivolto alla sua nazione il 20 agosto, in occasione della festa di Santo Stefano. Come Orban, anche Morawiecki ha sottolineato che il futuro dell’Occidente passa da ciò che accade nell’Europa centrale che, oggi, “si trova oggi dinanzi a grandi sfide, ma anche grandi opportunità”. Per via di questo motivo, Morawiecki ha voluto aumentare la presenza dei politici alla terza edizione del forum, “[invitando] i rappresentanti di tutte le forze parlamentari a discutere il tema. [Perché] Dobbiamo agire insieme: dal modo in cui risolveremo questo nodo gordiano dipende anche il futuro dell’Europa centrale”.
Ha ragione oppure no?
Il discorso di Morawiecki si rivolge a una platea di spettatori ben definita, ovvero quella della Polonia e dell’alleanza Visegrad, ma può e deve suscitare riflessioni anche nel resto dell’Europa, perché la “guerra mondiale dei nostri giorni” è una questione di interesse planetario. L’Unione Europea non ha saputo cogliere le opportunità offerte dallo scoppio della pandemia, poiché attraversata da antagonismi vecchi e nuovi che hanno ampliato le divergenze interne esistenti e ostacolato la riuscita di una diplomazia degli aiuti sanitaria uniforme.
La partita degli aiuti sanitari in Europa non è stata guidata da Bruxelles, ma da Pechino, Washington, Ankara e, in parte molto minore, da Mosca. È la Cina che ha giocato da protagonista nell’Europa centro-orientale, reinventandosi campionessa di umanitarismo e promuovendo la direttrice sanitaria della Nuova Via della Seta, mentre la Turchia ha dominato la scena balcanica, approfittando dell’appoggio dell’Alleanza Atlantica per portare avanti le proprie aspirazioni egemoniche neo-ottomane.
L’Ue, in questi mesi, ha ricoperto il ruolo dello spettatore, uscendo dalla fase più acuta della pandemia fortemente ridimensionata dal punto di vista dello spessore geopolitico, schiacciata dal peso di vivere in una condizione post-storica in un mondo che, al contrario, è ancora immerso nella storia. I Paesi dell’alleanza Visegrad, che compongono uno spazio a se stante all’interno della galassia comunitaria, hanno compreso rapidamente quali avrebbero potuto essere le ripercussioni geopolitiche della pandemia, adoperandosi per non esserne travolti e per conquistare maggiori margini di manovra a crisi rientrata.
La missione sembra essere stata raggiunta: l’Ungheria ha ampliato la propria esposizione in Asia, stringendo ulteriormente il sodalizio con l’universo turcico ruotante attorno al Consiglio Turco e con la Cina, mentre la Polonia ha convinto l’amministrazione Trump ad accelerare il piano di de-germanizzazione dell’Ue.
Come in ogni guerra, la pandemia sta producendo vincitori e vinti e alla prima categoria appartengono tutti quei Paesi che continuano ad essere ancorati ad una visione realista delle relazioni internazionali, consapevoli che ogni evento, anche il più tragico e naturale, come l’esplosione di un’emergenza sanitaria, può diventare un’occasione di scontro egemonico.
Morawiecki ha ragione: questa è la guerra mondiale dei nostri giorni e come tale andrebbe affrontata; l’alternativa è un ulteriore ridimensionamento dell’Ue, pressata internamente dalle crescenti divisioni fra l’Ovest a trazione francotedesca e l’Est a guida Visegrad e pressata esternamente da un’insostenibile competizione antagonistica con le grandi potenze del globo.
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