Il mondo del calcio europeo non è certo noto, in questi anni, per vantare grandi figure capaci di prendere posizioni politiche rilevanti su tematiche di attualità. Anche per questo Pep Guardiola, 54enne allenatore catalano del Manchester City e uno dei tecnici più conosciuti e vincenti al mondo, fa eccezione.
Nelle ultime settimane, è intervenuto un paio di volte per parlare della Palestina e della necessità di sostenere la popolazione locale. “Il mondo intero ha lasciato soli i palestinesi. – ha detto, intervistato dall’emittente radiofonica catalana RAC1 – Mi immagino le persone laggiù in attesa che qualcuno di noi alzi un dito, che faccia qualcosa, e nessuno ha fatto assolutamente nulla”.
Già qualche giorno prima, aveva diffuso un messaggio sui social in cui invitava i tifosi a partecipare all’amichevole tra la selezione della Catalogna e quella palestinese. La partita si è disputata lo scorso martedì 18 novembre allo stadio Olimpico di Barcellona, davanti a circa 30.000 persone, e il ricavato dei biglietti è stato destinato ad aiuti umanitari per la popolazione della Palestina.
Sebbene sia sempre stato molto cauto nell’esprimere le sue preferenze politiche, non è difficile immaginare quali siano le sue idee. Guardiola è cresciuto nel contesto sociale della sinistra indipendentista catalana, una causa che ha più volte sostenuto in passato, specialmente durante i suoi anni a Barcellona. Nel 2015, mentre allenava i tedeschi del Bayern Monaco, accettò anche una candidatura simbolica alle elezioni regionali, nella lista autonomista composta dai liberali della Convergencia Democratica de Catalunya e i socialdemocratici dell’Esquerra Republicana de Catalunya.
Non stupisce, dunque, che abbia sposato anche la causa della Palestina, molto avvertita in Spagna, specialmente tra gli ambienti di sinistra e in particolare in territori come Catalogna e Paesi Baschi. “Stiamo assistendo a un genocidio in diretta” aveva denunciato in un altro video circolato sui social media a inizio ottobre. Non si è però limitato, negli ultimi mesi, a parlare della Palestina, bensì ha parlato anche di altri conflitti in corso nel mondo, a partire dall’Ucraina.
La Palestina ma anche l’Ucraina e il Sudan
A giugno 2025, quando gli è stata conferita la laurea honoris causa da parte dell’Università di Manchester, Guardiola aveva tenuto un discorso in cui si era detto “profondamente sconvolto” dalle immagini che arrivavano da Gaza, così come dall’Ucraina e dal Sudan. Un tema, quest’ultimo, su cui in realtà molti lo vorrebbero sentire dire qualcosa di più netto, dato che a finanziare le milizie RSF in Sudan c’è il suo datore di lavoro, ovvero lo sceicco Mansour, proprietario del Manchester City. Sta di fatto che, quando Guardiola citò il Sudan in quel discorso, la guerra nel Paese africano non era ancora divenuta un tema di primo piano del dibattito pubblico internazionale.
In ciò che dice riguardo le guerre, l’allenatore catalano lascia trasparire soprattutto frustrazione e impotenza. Per esempio quando, lo scorso luglio, ha detto a GQ: “Ciò che accade in Ucraina, in Palestina… tragedie che ci toccano da vicino, a poche ore da casa, ma non muoviamo un dito. Continuiamo a giocare, a vivere come se niente fosse. Una volta, durante le guerre mondiali, il dolore si nascondeva. Oggi invece lo vediamo in diretta, in alta definizione, eppure non reagiamo”. La rivelazione di un’umanità dolente, distante anni luce dalla spavalderia di un Cristiano Ronaldo che, dopo essere diventato di buon grado l’uomo immagine della propaganda saudita, pochi giorni fa si è fatto fotografare orgogliosamente accanto a Donald Trump.
Pur essendo uno degli allenatori di calcio più pagati al mondo e pur lavorando per un ricco club controllato dagli Emirati Arabi, Pep Guardiola ha sempre mantenuto un atteggiamento molto vicino alle sofferenze degli umili. Nel 2023 denunciava senza mezzi termini il razzismo, ma senza ricorrere a molte frasi fatte che si sentono ripetere spesso dai protagonisti dello sport. “Pensiamo che il nostro paese sia migliore degli altri, che la nostra lingua sia migliore. Dovremmo accettare la diversità come un punto di forza dell’essere umano, ma siamo molto lontani da ciò” aveva dichiarato in una conferenza stampa, sottolineando come molte persone nel mondo abbiano radici migratorie.
Aveva già detto qualcosa di simile nel 2018 durante un altro incontro con i media, collegando il razzismo del calcio al modo in cui vengono trattati i migranti e i rifugiati in giro per il mondo. Non stupisce, allora, che più volte lo si sia visto indossare delle felpe di Open Arms, la ONG catalana impegnata nel salvataggio dei migranti nel Mediterraneo, a cui in passato ha pure fatto delle donazioni. “Fanno un lavoro straordinario nell’aiutare a proteggere alcune delle persone più vulnerabili della società” aveva spiegato.
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