La pace tra Russia e Ucraina non arriverà dalla Svizzera, purtroppo. Anche se…

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Per la fine del conflitto in Ucraina, aggravato (ma non generato) dall’invasione russa del 24 febbraio del 2022, vale il titolo di un vecchio film di Woody Allen: “Basta che funzioni”. In altre parole: da dovunque arrivi e chiunque la presenti, l’idea buona per fermare il massacro sarà più che benvenuta. Purtroppo era chiaro fin dall’inizio che lo spunto decisivo non sarebbe potuto arrivare da questo summit dei Paesi alleati dell’Ucraina che si svolge in Svizzera e che è stato definito Conferenza di pace. Era chiaro a tal punto che persino la presidentessa della Confederazione elvetica, la signora Viola Amherd, nell’intervento che ha dato il via ai lavori, ha sottolineato che in assenza della Russia (non invitata alla Conferenza) sarebbe stato impossibile arrivare a una vera trattativa. La stessa cosa che poi hanno ribadito i rappresentanti di Turchia e Arabia Saudita e persino il cancelliere tedesco Scholz, come al solito cerchiobottista, il re del “ma anche”. E che è poi stata certificata dal comunicato finale del summit che, oltre a chiedere alcune concessioni unilaterali alla Russia (restituzione della centrale nucleare di Zaporozhye, restituzione di tutti i prigionieri e deportati, libera navigazione nel Mar Nero), si propone di coinvolgere tutte le parti in futuri colloqui.

In Svizzera non sono andati molti Paesi, primo fra tutti la Cina. Altri Paesi di peso, come Turchia e Arabia Saudita, si sono fatti rappresentare dai ministri degli Esteri. Altri ancora hanno fatto presenza con delegazioni minori. In sostanza, alla Conferenza si sono presentati in gran spolvero solo i Paesi che da due anni e mezzo sostengono in ogni modo l’Ucraina. Non c’era il presidente Usa Biden, che si è però fatto rappresentare dalla vice Kamala Harris e, soprattutto, dall’annuncio dello stanziamento di un altro miliardo e mezzo di dollari di sostegno a Kiev.

Sarebbe però ingiusto dire che intorno alla Conferenza svizzera non sia successo nulla. Intanto, il New York Times ha pubblicato il testo integrale della bozza su cui, nell’aprile del 2022, lavorarono le delegazioni di Russia e Ucraina. Essa in sostanza, pur di interrompere la guerra, prevedeva di lasciare aperta la questione della Crimea (da risolvere, senza l’uso della forza, nei successivi dieci anni con una trattativa a parte), di riconoscere l’occupazione (ma non la sovranità) della Russia su una parte dei territori occupati, tenere l’Ucraina in una posizione di neutralità rispetto alla Nato, riconoscendole per il diritto a stipulare accordi di sicurezza con altri Paesi. L’accordo non fu mai raggiunto, anche per le pressioni angloamericane in senso contrario. Quella bozza, però, spiega almeno in parte la cosiddetta “proposta di pace” che Vladimir Putin ha lanciato proprio alla vigilia della Conferenza svizzera, nell’evidente intento di turbarne i lavori. La nuova proposta non è molto diversa da quella vecchia, è solo peggiorativa perché dopo due anni e mezzo di guerra l’Ucraina è in condizioni peggiori: vi ritirate da Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporozhye, non entrate nella Nato, togliete tutte le sanzioni e noi la smettiamo.

Proposta irricevibile, ovviamente, e come tale trattata non solo da Zelensky ma anche da tutti i leader occidentali. Ma al di là della solita retorica del “vincere, vinceremo!” e di tutte le promesse di eterno aiuto alla causa ucraina, anche su questo lato qualcosa è successo. Zelensky ha dichiarato che i Paesi convenuti alla Conferenza elaboreranno un piano di pace basato sulla Carta delle Nazioni Unite che poi verrà inviato ai rappresentanti della Russia.

Non è chiarissimo che cosa questo voglia dire, vedremo. Però la dichiarazione presuppone due cose. La prima è che ci sarà una seconda Conferenza e che, quindi, l’intenzione non è chiudere le porte. Secondo, e più importante: in apparenza viene tolto dal tavolo il cosiddetto “piano Zelensky”, che in sostanza era un ultimatum come quello di Putin: mollate i territori che avete occupato, mollate la Crimea, pagate tutti i danni, noi entriamo nella Nato e nella Ue e facciamo accordi di sicurezza come e con chi ci pare.

Come si diceva: vedremo. La strada è ancora lunghissima. E l’idea della pace, non nascondiamocela, è fortemente intrecciata con il bisogno di entrambi i leader, Zelensky e Putin, di riuscire a vendere sul fronte interno la soluzione (qualunque essa sia) come una vittoria. Dopo tanti sacrifici, qualunque altra ipotesi, per quanto ragionevole, sembrerebbe una sconfitta. Però è qualcosa.

L’aspetto sconsolante, invece, è che la Conferenza ha certificato, senza volerlo ma sapendo fin dal principio di correrne il rischio, la spaccatura sempre più evidente tra il cosiddetto “Occidente collettivo” (che comprende anche Paesi come Giappone e Corea del Sud) e quell’altra parte di mondo che un nome vero ancora non ce l’ha (a volte Brics, a volte Sud del mondo) ma che mostra un fastidio crescente per le politiche occidentali. L’assenza della Cina equivale a una scelta di campo, le posizioni di Turchia e Arabia Saudita anche, l’indifferenza di molti Paesi considerati “minori” pure. La trascuratezza del G7 italiano per Gaza (anzi, peggio, perché è stato invocato il solito mantra dei “due popoli due Stati” ben sapendo che sono le politiche israeliane a renderlo impossibile) per loro è stata una conferma del doppio standard occidentale. E come si vede, le armi americane e i prodotti europei sono sempre meno efficaci nel contenere quello scontento.

Fulvio Scaglione