L’incontro di venerdì 27 aprile tra Kim Jong-un e Moon Jae-in ha una valenza storica che pochi immaginano, soprattutto se si considera il peso di un accordo che si cerca da quasi 70 anni. Nel 1953, infatti, venne firmato l’armistizio di Panmunjeom, un villaggio sito sul 38esimo parallelo, al confine tra le due Coree, simbolo dell’auspicio di un incontro e di una pace che fino ad ora sembrava irraggiungibile.

L’incontro di venerdì, con l’attraversamento del confine demilitarizzato da parte del leader nordcoreano Kim, rappresenta davvero una camminata storica, se si considera, tra l’altro, il periodo turbolento degli ultimi mesi, contraddistinti da continui test, alcuni falliti, altri andati a buon fine, e di concrete minacce di attacco e di annientamento.

Il ruolo della diplomazia sportiva è stato ancora una volta decisivo, visto il consenso dato da Kim a far sfilare la delegazione coreana alle olimpiadi di Pyeongchang, in Corea del Sud, sotto lo stesso vessillo. Da quel momento, è stato un crescendo di dichiarazioni lusinghiere e di apertura reciproca, per alcuni aspetti quasi inaspettate. Il presidente Trump ha lanciato un’apertura mediatica, raccolta da Kim e concretizzatasi con l’incontro tra Mike Pompeo e lo stesso Kim a Pyongyang.

Certamente, di spessore, addirittura fondamentale, risulta la mediazione di Pechino e Washington nella questione nucleare nordcoreana, e il governo cinese ha condotto grandi sforzi per moderare l’aggressività del leader di Pyongyang, nell’ottica probabilmente, di puntare ad una smilitarizzazione dell’area, così prossima ai confini e alle Zone economiche esclusive cinesi.

Con l’arsenale atomico del Nord in cima all’agenda, Moon ha risposto che sperava che avrebbero raggiunto “un audace accordo in modo che potessimo dare un grande dono a tutto il popolo coreano e alla gente che vuole la pace”. Kim era affiancato da sua sorella Kim Yo Jong e da un vicino consigliere e dal capo nord delle relazioni inter-coreane, mentre Moon era accompagnato dal suo capo spia e dal capo dello staff.

Il 27 aprile Kim e Moon hanno osservato dei rituali simbolici molto importanti, sotto l’albero che insieme hanno piantato appena sotto il confine di Panmunjeon, utilizzando del terreno prelevato dal monte Halla, sull’isola di Jeju, e dal monte Paektu, rispettivamente i punti più a Sud e più a Nord delle Coree, quasi a identificare questo senso di ricongiungimento del territorio nel suo complesso. L’albero poi – un pino germogliato proprio nel 1953, simbolo di buon auspicio -, è stato idratato con l’acqua dei due fiumi di Seul e Pyongyang, rispettivamente il fiume Han e il fiume Taedong.

Pyongyang sta richiedendo garanzie di sicurezza ancora non specificate per discutere del suo arsenale. Quando Kim visitò il mese scorso il principale sostenitore del Nord, Pechino, nel suo primo viaggio all’estero come leader, l’agenzia di stampa ufficiale cinese Xinhua lo citò dicendo che la questione poteva essere risolta, a condizione che Seoul e Washington prendessero “misure progressive e sincrone per la realizzazione della pace“.

In passato, il sostegno nordcoreano alla “denuclearizzazione” della penisola coreana è stato il codice per la rimozione delle truppe statunitensi dal Sud e la fine del suo ombrello nucleare sull’alleato della sicurezza – prospettive impensabili a Washington. “Le grandi questioni che conosciamo sono la pace e la denuclearizzazione”.

Seoul ha anche promosso l’idea di aprire negoziati per un trattato di pace per porre ufficialmente fine alla guerra di Corea del 1950-53, quando le ostilità cessarono con un cessate il fuoco, lasciando tecnicamente i vicini in uno stato di conflitto.

Il ricongiungimento delle famiglie lasciate divise dalla guerra potrebbero anche essere discusse al vertice, e Moon ha detto al primo ministro giapponese Shinzo Abe di sollevare il tema emotivo dei cittadini giapponesi rapiti dal Nord.