L’agricoltura è il settore economico che potrebbe guidare una prima, importante distensione nel contenzioso commerciale tra Stati Uniti e Cina. La “guerra fredda” dei dazi è stata intervallata dalla sua prima tregua ufficiale quando il 20 maggio scorso il segretario americano al Tesoro, Steve Mnuchin, ha confermato la sospensione delle tariffe sulle merci statunitensi e cinesi e ha annunciato che c’è “consenso” tra i due Paesi per ridurre il deficit commerciale degli Stati Uniti. “Abbiamo concordato un quadro” per un accordo, queste le dichiarazioni di Mnuchin citate dall’Agi. “Quindi, per il momento, abbiamo concordato di sospendere le tariffe mentre stiamo cercando di attuare questo quadro”, ha aggiunto.

Dal canto suo il ministero del Commercio di Pechino ha cancellato la misura temporanea che imponeva un dazio in entrata al sorgo proveniente dagli Stati Uniti pari al 178,6% definendola contraria “all’interesse pubblico”. L’agricoltura cinese e quella statunitense lavorano in stretta simbiosi e la loro importanza centrale per i sistemi economici e sociali dei due Paesi può spiegare perché proprio dal compromesso su sorgo, che la Cina importa da oltre Pacifico per un valore annuo di 11 miliardi di dollari, sia partita una nuova fase di distensione.

I piccoli proprietari terrieri chiedono che l’agricoltura Usa rimanga aperta agli scambi

La Farm Belt statunitense, la regione fondamentale per l’agricoltura statunitense centrata sul Kansas e sugli Stati limitrofi, sta vivendo negli ultimi anni una dura crisi seconda, nel dopoguerra, solo a quella che la investì nella seconda metà degli Anni Ottanta. Come scritto da Kathrin Dudley su Jacobin,“dal 2013 a oggi i redditi dell’agricoltura si sono ridotti del 50%, 42.000 piccole e medie aziende agricole sono fallite e molte altre le seguiranno” se continuerà l’attuale condizione di bassi prezzi delle commodities e elevati rapporti tra debiti e attività. 

Questa componente centrale dell’America profonda che ha sostenuto fortemente Donald J. Trump si trova ora di fronte al rischio di veder sfumare un’importante quota di mercato a causa delle sanzioni nel campo dell’agricoltura e ha accolto con un sospiro di sollievo il rientro delle tensioni sui dazi. Ancor più positiva la reazione da parte dei rappresentanti del grande business agroalimentare: l’agricoltura a stelle e strisce avrebbe rischiato, in mancanza del grande mercato cinese, di ritrovarsi con una notevole eccedenza di difficile collocamento.

In Cina la stabilità dell’agricoltura implica la stabilità sociale

In Cina i dirigenti della Repubblica Popolare hanno diversi motivi per ritenersi soddisfatti dell’allentamento delle tensioni. L’agricoltura in Cina vive in pieno il fenomeno della coesistenza tra la piccola proprietà rurale nella parte più profonda del Paese (l’80% delle fattorie possiede meno di 5 capi di bestiame) e il grande business fortemente integrato in cui coesistono produzione agricola, industria dei mangimi e allevamento animale. Al tempo stesso, buona parte delle importazioni agrarie cinesi sono funzionali all’allevamento (e il sorgo non fa eccezione), che a sua volta riveste una funzione di stabilizzazione sociale, dato che la carne di maiale e pollo rappresentano una parte preponderante dell’alimentazione dei cinesi e la stabilità dei loro prezzi è un obiettivo primario per il governo.

Pechino vedrebbe come fumo negli occhi una fase d’incertezza derivante dalla variabilità nelle forniture di vitali materie prime agrarie d’importazione: in questo contesto, gli interessi della leadership del Partito Comunista e quelli del cartello cerealicolo mondiale (guidato dall’olandese Dreyfus e dalle statunitensi Burge, Adm e Cargill) coincidono. In ogni caso, Pechino negli ultimi tempi sta cercando di prevenire possibili squilibri dovuti a rivalità commerciali nell’agricoltura sviluppando player nazionali che operano soprattutto nel cruciale settore della soia e del mais, fonte primaria del mangime per ilbestiame animale. La “pace commerciale” è appena iniziata ed è incerta, e la Cina intende tutelarsi da possibili ritorni di fiamma della sfida sui dazi.