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La nuova “via della seta” di Pechino è un piano gigantesco per mettere in comunicazione la Cina con l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa. Il progetto prevede di attivare una vasta rete di logistica e di trasporti usando strade, porti, ferrovie, pipeline, aeroporti, reti elettriche transnazionali e anche fibre ottiche.
Sono coinvolte circa 65 nazioni che insieme ammontano ad un terzo del Pil mondiale e rappresentano il 60% della popolazione del globo (circa 4,5 miliardi di persone) secondo l’Oxford Economics.

La “Belt and Road Initiative”, però, non riguarda solo il traffico commerciale che materialmente si sposta dall’Europa all’Asia passando per il Medio Oriente e l’Africa oppure direttamente via ferrovia come recentemente abbiamo avuto modo di vedere in Italia – il primo treno merci diretto in Cina, a Chengdu, è partito da Mortara (Pv) giusto una settimana fa – bensì anche il cyberspazio.

Ren Xianliang, viceministro della Cyberspace Administration cinese, ha sollecitato le imprese basate sul web e i media a costruire una “via della seta digitale” e ad aiutare le imprese tradizionali cinesi sia all’interno che all’estero tramite l’interconnessione online sostenuta da investimenti – anche e soprattutto statali – in infrastrutture digitali. La Cina infatti vuole espandere il proprio dominio virtuale all’estero implementando le proprie capacità di internet banking, e-commerce e creando nuove reti industriali telematiche in modo da raggiungere più di un miliardo di utenti e possibili investitori attraverso la “via della seta”.

Questa espansione verso l’esterno sarà affiancata da un rinnovamento della rete domestica attraverso la costruzione di una connessione superveloce – a carico dello Stato – che servirà da snodo cardine per formare una comunità economica su internet che resti connessa col resto del mondo.

Questa visione globalista ovviamente deve essere accompagnata da accordi con i Paesi interessati dalla “via della seta digitale”. Lo scorso 6 luglio, Lu Wei, a capo dell’organizzazione cinese che si occupa di cyberspazio, ha infatti stretto accordi a Bruxelles durante il primo summit Euro-cinese sulla cooperazione digitale.

Ma la Cina non guarda solo all’Europa, a cui è legata ormai a doppio filo perché ne importa eccellenze e vi esporta prodotti manifatturieri a basso costo, bensì – giocoforza – anche agli altri Paesi interessati dalla “Belt and Road Initative”.

Il 3 dicembre Pechino ha firmato un piano programmatico di cooperazione digitale con 7 Paesi durante la quarta World Internet Conference. Questo trattato legherà la Cina con Egitto, Laos, Arabia Saudita, Tailandia, Emirati Arabi Uniti e Serbia. Secondo i principi della “via della seta digitale” i Paesi contraenti si impegnano ad espandere l’accesso alla rete e a migliorarne la qualità, promuovere il passaggio al digitale, incoraggiare la cooperazione nell’e-commerce, supportare le imprese che lavorano sul web, promuovere e sviluppare le PMI ed infine rinforzare la capacità di costruire reti digitali. Tutto questo nel rispetto, secondo le parole del viceministro, della trasparenza dell’economia digitale e promuovendo una standardizzazione internazionale delle reti.

Ma la “via della seta digitale” non riguarderà solo le imprese private, è desiderio di Pechino, infatti, incoraggiare l’affermarsi di un meccanismo di scambio multi-livello per promuovere la cooperazione tra i Governi ed altri enti statali come istituzioni scientifiche e centri di ricerca non dimenticando le industrie strategiche.

Questa apertura della rete digitale verso l’esterno, giocoforza dovrà però fare i conti con le regole del web e quindi porrà il problema a Pechino di continuare a mantenere “chiusi” certi ambiti come i social network. Molta della pubblicità, soprattutto di piccole e medie imprese, passa infatti da questi strumenti che, ad oggi, non sono del tutto liberi nel Paese – quelli occidentali più noti e quindi più usati da possibili clienti del nuovo mercato digitale cinese sono del tutto bloccati – e quindi soggetti ad un controllo al vertice, cosa che contrasta con la volontà di avere un sistema “aperto” verso l’esterno per attirare investimenti e fondi, a meno di non creare un secondo sistema internet parallelo, cosa a cui, peraltro, sta pensando anche la Russia.

Si aprono poi tutte le questioni di sicurezza del web: siamo davvero sicuri che i risvolti di questa “via della seta digitale” siano solo commerciali e non abbiano secondo fini di natura militare o di spionaggio anche di tipo industriale? La Cina per il momento non affronta l’argomento sui canali ufficiali, ma sarebbe interessante sapere se a Bruxelles se ne sia discusso dopo i colloqui euro-cinesi di luglio, perché in gioco c’è il futuro dell’Europa e dell’Italia che devono saper cavalcare l’onda di questa rivoluzione digitale che sta cambiando il nostro modo di vivere e di pensare senza rischiare di mettere in pericolo le nostre reti ed i nostri sistemi, non solo quelli di difesa.

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