Meno attori coinvolti ma più strategici. Progetti più green e sostenibili. Spostamento del baricentro dai Paesi sviluppati a quelli del cosiddetto Global South. Il tutto potenziato da tre iniziative parallele, ognuna dedicata ad un dossier specifico: la Global Security Initiative (GSI, sicurezza), la Global Development Initiative (GDI, sviluppo economico) e la Global Civilization Initiative (GCI, cultura).
Eccola la Belt and Road Initiative (BRI) 2.0, la Nuova Via della Seta della Cina che ha cambiato pelle e nel silenzio generale si è adattata all’attuale contesto geopolitico. Mentre l’opinione pubblica mondiale dava ormai per morta e sepolta l’iniziativa lanciata da Xi Jinping nel 2013, il mastodontico progetto economico-infrastrutturale cinese è riemerso dall’anonimato nel quale era finito – adombrato da pandemie, tensioni e guerre – per tornare a collegare il Dragone al resto del pianeta.
L’ufficialità del ritorno in campo della BRI è arrivata in occasione di un recente simposio sul tema tenutosi a Pechino, durante il quale Xi ha sottolineato “l’importanza di promuovere in modo completo una cooperazione di alta qualità” nell’ambito della Nuova Via della Seta. Che cosa significa in termini concreti?
La nuova fase della Via della Seta
Semplice: significa che la Via della Seta è entrata in una nuova fase. In termini geografici la BRI non intende più abbracciare l’Europa, che l’ha respinta in concomitanza con le crescenti tensioni geopolitiche che hanno distanziato Bruxelles e Pechino, bensì i Paesi in via di sviluppo. Nello specifico, da Est verso Ovest, Sud Est asiatico, Africa e America Latina. Con questo shift, resosi necessario per respingere l’assalto diplomatico del blocco occidentale, il Dragone ha sostanzialmente riadattato il suo progetto a un mondo attraversato da guerre, conflitti e barriere invisibili. E in termini operativi che cosa cambia? Il focus non riguarderà più piani insostenibili, caratterizzati cioè da spese ingenti e dal ritorno non assicurato, quanto operazioni più smart e in linea con obiettivi concreti.
Per capire qualcosa in più, vale la pena dare un’occhiata all’America Latina. Qui, non a caso, Pechino collaborerà con il Perù per costruire un corridoio terra-mare tra l’Asia e l’intera regione: stiamo parlando del porto di Chancay, in Perù, situato a circa 80 chilometri a Nord di Lima. Chancay è un importante porto in acque profonde e il primo intelligente ed ecologico del Sud America. È destinato a diventare un’importante porta di accesso al Pacifico per l’intero continente, e si candida a diventare l’anello di congiunzione della BRI 2.0.
Focus sui Paesi in via di sviluppo
La Cina sta inoltre lentamente rilanciando il suo programma di prestiti energetici alle nazioni in via di sviluppo, una parte integrante della BRI. “Il Governo cinese ha imparato dal passato: enormi progetti sui combustibili fossili creano controversie, critiche e sono dannosi per l’immagine della Cina come leader internazionale del clima”, ha spiegato Jiaqi Lu, uno degli autori del paper ‘Small’ Belt, ‘Beautiful’ Road: China’s Cautious Return to Global Energy Finance pubblicato dalla Global Development Policy Center della Boston University. È interessante notare come, nel 2023, siano stati registrati soltanto tre impegni cinesi di prestito correlati all’energia, per un totale di 502 milioni di dollari, con Madagascar, Burkina Faso e Uganda. L’importo in questione vale appena il 6% del totale medio annuo dei prestiti compresi tra il 2000 e il 2022 (9 miliardi di dollari).
Per quanto riguarda la citata Africa, dall’Angola a Gibuti, per oltre un decennio, la Cina ha versato agli attori locali più di 120 miliardi di dollari di prestiti governativi attraverso la BRI. L’obiettivo? Costruire centrali idroelettriche, strade e linee ferroviarie nel continente. Adesso tutto questo sarà molto più legato ai concetti di sviluppo, efficienza e sostenibilità. La cartina al tornasole per la nuova stagione della BRI è l’America Latina. Africa e Sud Est asiatico riceveranno lo stesso trattamento di favore.