Ha spiegato che avere “rapporti strategici” con la Cina è importante. Ma, al tempo stesso, ha fatto capire che sarebbe un errore, per l’Europa, illudersi di voler trovare per forza un accordo bilaterale sugli investimenti con il Dragone entro la fine dell’anno. Angela Merkel, in veste di guida del Consiglio Ue, ha così parlato al termine dell’ultimo, importante vertice tra le istituzioni europee e il presidente cinese Xi Jinping.

Le dichiarazioni della Cancelliera, oltre a rappresentare la posizione dell’Europa nei confronti del gigante asiatico, rispecchiano anche il (nuovo) punto di vista della Germania. Già, perché se fino a pochi anni fa Berlino era desiderosa di fare affari con Pechino, spingendo le proprie aziende oltre la Muraglia a colpi di diplomazia, adesso la situazione è cambiata. La Cina è cresciuta tantissimo, ha imparato dal maestro (inteso come Occidente), ha carpito alcuni suoi segreti commerciali e li ha usati per trasformare il proprio Paese.

Il risultato è che oggi il governo cinese è un colosso che spaventa molte aziende europee, tedesche in primis. In breve tempo il meccanismo che sembrava fare la fortuna di Germania e Cina – importazione tedesca di beni di consumo cinesi a basso costo ed esportazione di costose automobili e macchine utensili – si è rotto. Le aziende teutoniche hanno paura che il Dragone, foraggiato dai sussidi statali, possa arrampicarsi nella catena di approvvigionamento delle stesse, fino a cancellarle dalle cartine geografiche.

Scendendo nel dettaglio, ha scritto l’Economist, nei 15 anni trascorsi da quando Merkel ha assunto la carica di cancelliere, ovvero dal 2005, le esportazioni tedesche in Cina sono quadruplicate raggiungendo quasi il tetto dei 100 miliardi di euro. Conti alla mano: il 3% del pil. A guadagnarci particolarmente sono state le grandi aziende, come Bmw, Volkswagen e Siemens. Il problema è che non tutti, nel deep state tedesco (prettamente di natura economica), hanno sempre appoggiato la strategia di Merkel.

La nuova strategia tedesca in Asia

I falchi tedeschi si sono fatti sentire in varie occasioni (dal 5G di Huawei alla violazione dei diritti umani a Hong Kong). Merkel ha sempre provato ad arginarli, sottolineando l’importanza di usare l’arma del dialogo. Qualcosa si è tuttavia rotto. Il rapporto sino-tedesco, da sempre basato solo e soltanto su economia e commercio, si è improvvisamente arricchito di due nuove direttive: geopolitica e diritti umani.

Detto altrimenti, Berlino ha modificato la propria strategia asiatica nei confronti del Dragone. Non a caso, pochi giorni fa, la locomotiva d’Europa ha annunciato una strategia indo-pacifica, cioè inerente a una delle più importanti regioni del pianeta. Sia chiaro: il paradigma tedesco ha poco o nulla a che fare con quello americano, palesemente anti cinese. Le linee guida del piano tedesco suggeriscono semplicemente la necessità di una maggiore cooperazione in materia di sicurezza e di diversificazione del partenariato economico con i vari Stati della regione per “evitare dipendenze unilaterali”. La Cina viene descritta come una potenza regionale e mondiale che “mette in discussione le regole dell’ordine internazionale in certi ambienti”. In altre parole, la Germania ha aggiunto, finalmente, il tassello geopolitico nelle relazioni con Pechino.

Il “paracadute” India

Per avere un’alternativa al potere cinese c’è chi, in Asia, ha iniziato a puntare sull’India di Narendra Modi. Lo stanno facendo, da anni, gli Stati Uniti, che hanno tra l’altro incluso Nuova Delhi nel progetto Free and Open Indo-Pacific Strategy (Foip), una sorta di Nuova Via della Seta alternativa per limitare l’avanzata del Dragone. Certo, come ha sottolineato Panorama, l’Elefante indiano non può ancora competere con il vicino di casa: gli mancano denari e varie capacità, come ad esempio il 5G.

Attenzione però, perché le potenze occidentali potrebbero condividere con l’India tutto il necessario per far crescere il Paese, fino a farlo diventare abbastanza grande da tener testa alla Cina. Utopia? Al momento probabilmente sì. Ma, con una buona programmazione, sia in termini economici che politici, non è da escludere che l’India possa, in un futuro non troppo lontano, sostituire (o in parte mitigare) il peso della Cina in Asia e del mondo intero. A quel punto però Pechino si ritroverebbe in un colpo solo pressata da un rivale – come è sempre stato quello indiano – con il quale sono aperti vari conti (per maggiori informazioni dare un’occhiata al confine himalaiano).

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