Il ritiro dall’Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty (Inf) siglato nel 1987 da Stati Uniti e Unione Sovietica decretato nei giorni scorsi dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump e preparato sottobanco dal consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, che lo ha comunicato a Vladimir Putin nel corso della sua recente visita al Cremlino, rappresenta una decisione cruciale che porta la contrapposizione tra Stati Uniti e Russia a un nuovo stadio, a un ulteriore livello di guardia. Nonostante l’invito a Putin per una visita alla Casa Bianca nel 2019, Trump rischia di avvelenare irreparabilmente i rapporti con Mosca stralciando l’accordo concluso da Reagan e Gorbaciov che, per la prima volta nella storia, eliminava un’intera classe di armi balistiche (i missili a medio raggio con una portata compresa tra i 500 e i 5mila chilometri) dagli arsenali dei due rivali.

Ma non solo: l’incertezza e i rischi legati a una nuova corsa alle armi potrebbero trasformare in un disordine ingovernabile quella che Bolton ha definito una “nuova realtà strategica” ritenuta essere la causa scatenante dello strappo di Washington. Bolton ha infatti argomentato che l’Inf avrebbe perso di effettività in quanto “trattato bilaterale in un mondo multipolare” sotto il profilo missilistico. Ma Iran, Corea del Nord e Cina non sono coinvolte in un accordo di scenario che, nelle intenzioni dei firmatari, riguardava l’Europa, principale terreno di confronto nell’era della Guerra Fredda. 

I timori di Washington per l’ascesa missilistica cinese

Il Defence Policy Review e la prima strategia di sicurezza nazionale made in Trump identificavano la Cina, assieme alla Russia, come un potenziale avversario alla supremazia statunitense e un concorrente agguerrito per il primato nel campo della tecnologia militare. Esempi come la corsa alle armi ipersoniche, che vede gli Stati Uniti inseguire Pechino, corroborati dalla notevole dipendenza della difesa statunitense dalla componentistica prodotta con materiali cinesi, potrebbero aver portato Trump e i suoi collaboratori, come ipotizza il Washington Posta lanciare indirettamente una sfida a Pechino affinché si unisca a Usa e Russia in nuovi negoziati che cristallizzino uno status quo favorevole a Washington.

Pepe Escobar ha invece analizzato in termini più scuri, sull’Asia Times, le prospettive motivanti la decisione di Trump. Il crescente trasferimento alla Cina di tecnologia missilistica russa erode su i fronti con entrambi i rivali la superiorità relativa di Washington in campo militare. In questo contesto, con Bolton nella stanza dei bottoni potrebbe essere tornato alla Casa Bianca “il pericolo supremo (…) l’ossessione neoconservatrice che gli Stati Uniti possano prevalere in una guerra nucleare tattica, localizzata e “limitata” contro la Russia” o contro la Cina stessa, ma non affrontare congiuntamente entrambi i rivali.

Trump vuole che la Nato si ricompatti sotto la guida Usa?

Oltre alla questione cinese, nella “nuova realtà strategica” teorizzata da Bolton potrebbe rientrare una volontà statunitense di utilizzare l’abolizione del Inf, focalizzato sullo scenario europeo, come strumento per ricompattare, volenti o nolenti che siano, gli alleati della Nato dietro le insegne a stelle e strisce.

Stracciare l’Inf significa, infatti, riportare l’Europa nel mirino dei missili russi e, complice uno stato di tensione permanente che cozza con le priorità strategiche di Mosca e dei Paesi del Vecchio Continente, costringerla a prescindere, nuovamente, dall’ombrello missilistico americano. Come ha sottolineato il Generale Vincenzo Camporini su Formiche, “Trump ha teorizzato ed adottato consapevolmente lo strumento della imprevedibilità che, se può fornire un vantaggio negoziale nei rapporti economico-finanziari e in quelli tra entità non statuali e private, porta inevitabilmente al caos nelle relazioni internazionali”. E questo l’Europa fatica ancora a capirlo.

Risulta fin troppo facile identificare il Paese che potrebbe ospitare i nuovi “euromissili”: la Polonia, governata dall’esecutivo più filo-atlantico dell’Europa contemporanea, visitata un mese fa da Trump che ha ricevuto l’impegno di Varsavia a ospitare nuove basi a stelle e strisce. Andrzej Duda, Presidente polacco, ha dichiarato nell’occasione: “Intendiamo ospitare le truppe statunitensi e siamo pronti a preparare le infrastrutture e a finanziare i preparativi per accogliere gli americani”. 

Come ulteriore strumento di dissuasione contro le mire russe in Europa, Varsavia ha inoltre deciso di dotarsi di un proprio sistema di difesa missilistico, siglando un accordo da 4,5 miliardi di Euro nel novembre 2017 per l’acquisto di otto batterie di missili Patriot da posizionare entro il 2025. E potrebbe, in futuro, essere sede di un rinnovato deterrente militare. Specie se anche nel caso Inf i Paesi europei si dimostreranno, nuovamente, incapaci di contrapporre a Washington una linea politica netta e favorevole alla distensione.

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