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Mario Draghi e Recep Tayyip Erdogan non sono proprio partiti con il piede giusto sotto il profilo dei rapporti personali. L’ex governatore della Bce, poche settimane dopo il suo insediamento, ha definito il presidente turco un “dittatore”. Il riferimento era al gesto, compiuto dal presidente turco durante un bilaterale tra Turchia ed Ue, di non concedere una sedia al presidente della commissione europea Ursula Von Der Leyen. Dal canto suo Erdogan ha risposto definendo Draghi come un “maleducato”. L’impressione però è che le parole volate tra i due vadano ben oltre gli screzi personali. Dietro si cela un vero braccio di ferro tra Roma ed Ankara per la difesa dei rispettivi interessi nel Mediterraneo.

Le posizioni di Erdogan su Cipro preoccupano l’Italia

Lo scorso 20 luglio, giorno peraltro dell’anniversario dell’invasione turca di Cipro del 1974, Erdogan ha parlato dinnanzi al parlamento della Repubblica Turca di Cipro. Un discorso incentrato proprio sulla questione cipriota. Secondo il presidente turco l’unica vera soluzione è rappresentata dal definitivo riconoscimento di due Stati: uno turcofono e l’altro grecofono. Si renderebbe così definitivo l’attuale status quo. Cipro infatti da quel 1974 è divisa in due parti. A sud vi è il governo retto dai greco-ciprioti, l’unico legittimo a livello internazionale. A nord invece vi è lo Stato turco-cipriota, riconosciuto solo da Ankara. Da anni sono in corso trattative per la riunificazione, ma senza esito. Per Erdogan a questo punto non ci sarebbe più spazio per mediazioni e intese, occorrerebbe al contrario arrivare alla definitiva scissione.

Parole, quelle del presidente turco, che in Italia non sono passate inosservate. A Roma la preoccupazione è dettata dal fatto che la Turchia vuole il riconoscimento di uno Stato turco-cipriota perché aspira ai giacimenti di gas attorno l’isola. Si tratta di una vera e propria miniera di risorse energetiche scoperta alcuni anni fa nelle acque antistanti Cipro. Il governo riconosciuto internazionalmente ha già assegnato buona parte dei lotti per le esplorazioni e le perforazioni. Alcuni interessano l’Italia per via dell’assegnazione data all’Eni. Per Ankara però su quei giacimenti al momento non si dovrebbe operare, almeno fino a quando anche al governo turco-cipriota non viene riconosciuto il diritto di partecipare alle assegnazioni. Nel febbraio 2018 per mettere in chiaro le sue intenzioni, la Turchia ha fatto tornare indietro, inviando sul posto un proprio mezzo militare, la nave italiana Saipem 12000. Ankara non ha intenzione di venire meno alle pretese portate avanti tramite l’appoggio allo Stato turco-cipriota. Se Erdogan dovesse spingere per il riconoscimento della Repubblica Turca di Cipro, la questione relativa ai giacimenti non sarebbe di facile risoluzione. Gli interessi italiani in questo caso sarebbero seriamente a rischio.

Quei dossier che pesano sul rapporto Roma – Ankara

Il problema però non riguarda soltanto le trivellazioni a largo di Cipro e il diritto delle nostre aziende, negato dalla Turchia, di operare in quei giacimenti. L’allontanamento della Saipem 12000 da Cipro, gli screzi tra Draghi ed Erdogan e le velleità di quest’ultimo su Cipro sono tutti segnali delle profonde divergenze tra Roma ed Ankara. La Turchia non fa più mistero di voler essere tra i principali attori regionali. Un obiettivo che passa soprattutto dall’essere protagonisti nel Mediterraneo. Da qui gli attriti con il nostro Paese. Emblematico in tal senso è il dossier libico, dove Ankara dal 2019 in poi ha acquisito un peso molto importante essendo diventata tra gli alleati più vicini a Tripoli. Circostanza pericolosa per l’Italia. Anche perché la Turchia con il passato governo libico di Fayez Al Sarraj ha provato a ridisegnare i confini delle Zee nel Mediterraneo secondo i propri interessi.

Il mare nostrum è uno spazio centrale nello scacchiere internazionale, ma molto piccolo. Non c’è posto per tutti. E allora, a un espansionismo turco l’Italia deve cercare di porre in qualche modo rimedio. É comunque importante sottolineare che i rapporti tra Roma e Ankara non possono definirsi pessimi o precari. Al contrario, tra i due Paesi gli scambi commerciali sono proseguiti anche in questi anni di braccio di ferro. Tuttavia è innegabile come a livello politico le strade da qui in avanti sono destinate ad intrecciarsi e spesso a divergere. Anche perché Erdogan non ha intenzione di fare passi indietro. Il suo discorso riguardo la questione cipriota non ha rappresentato altro che l’ultimo esempio.