La geopolitica della corsa allo spazio
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Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha firmato lo scorso anno una legge che ha reso il “Juneteenth”, che cade il 19 giugno, una festa federale, a seguito delle pressioni delle associazioni antirazziste e, in particolare, del movimento Black Lives Matter. In questa giornata si festeggia la fine della schiavitù negli Stati Uniti dopo la guerra civile, e viene celebrata dagli afroamericani dalla fine del 1800. Il 19 giugno 1865, infatti, circa due mesi dopo la resa del generale confederato Robert E. Lee ad Appomattox, Virginia, Gordon Granger, un generale dell’Unione, arrivò a Galveston, in Texas, per informare gli afroamericani ridotti in schiavitù che erano finalmente liberi e che la guerra civile era finita. L’annuncio del generale Granger mise in atto il Proclama di emancipazione, emesso quasi due anni e mezzo prima, il 1° gennaio 1863, dal presidente Abraham Lincoln. L’amministrazione Biden, tuttavia, ha deciso di festeggiare in una maniera del tutto particolare, che a molti non è affatto piaciuta.

L’Equity Action Plan del Dipartimento di Stato

Anche quest’anno, su indicazione dei vertici del dipartimento di Stato di Biden, i consolati e le ambasciate statunitensi in tutto il mondo hanno sventolato le bandiere Black Lives Matter per onorare la nuova festa federale proclamata da Joe Biden. L’esposizione delle bandiere di BLM e Progress Pride, anche presso l’Ambasciata degli Stati Uniti a Città del Vaticano, è solo una parte dell’agenda “woke” del dipartimento, guidata dall’ambasciatrice Gina Abercrombie–Winstanley, il primo responsabile della “diversità e dell’inclusione” del dipartimento. Come spiega il City Journal, l’ambasciatrice dem Winstanley ha presentato, nei giorni scorsi, l’Equity Action Plan che fa sue le istanze sulle minoranze e sull’inclusioni provenienti dagli ambienti liberal Usa. Il documento di 19 pagine promette di “incorporare l’equità nelle politiche estere statunitensi”, di “introdurre principi di equità intersezionale nella diversificazione della diplomazia pubblica” e di “aumentare messaggi inclusivi ed equi per combattere la disinformazione”.


Winstanley: “Usa Paese razzista”

La decisione di esporre le bandiere di un movimento politico vicino al Partito democratico ha scatenato indignazione e polemiche. Secondo un editoriale pubblicato sul New York Post, si tratta di “una palese violazione dell’Hatch Act, che vieta ai dipendenti del governo di impegnarsi nell’attivismo politico. Il Congresso – e i tribunali – devono fare qualcosa contro questa palese violazione della legge federale al servizio dell’idiozia woke”. In risposta a queste consideraziomi, un portavoce del dipartimento di Stato ha sottolineato che “parte del nostro lavoro nella promozione dei principi democratici consiste nel promuovere l’equità, la giustizia e le pari opportunità, sia in patria che all’estero”. Dunque, un modo per farlo è “fornire rappresentazioni visibili della nostra politica, come bandiere e striscioni Black Lives Matter (BLM), per mostrare la nostra dedizione ai principi democratici, alla giustizia e all’equità razziale”.

La retorica dell’amministrazione Biden

La politica “woke” di Winstanley è stata esplicitata in un video pubblicato su Youtube, nel quale l’ambasciatrice se la prende con il “razzismo sistemico” e i privilegi dei bianchi. “Gli uomini europei-americani – ha affermato – ricoprono la stragrande maggioranza delle posizioni di alto livello. Ciò non avviene per merito, non tutti. Quindi stiamo migliorando il merito concentrando l’attenzione sulla diversità e sull’inclusione”. Posizione che ha ribadito più volte: in un’intervista al podcast Global Take, Winstanley ha infatti descritto gli Stati Uniti come un paese “sistematicamente razzista”. Secondo Spiked Online, quello dell’amministrazione Biden è dunque un “imperialismo woke”, tutto incentrato sulla retorica della tutela nelle minoranze, non solo in patria ma nel mondo. Non a caso, durante il Summit for Democracy tenutosi a Washington Dc, il 9 dicembre 2021, il tema del “rafforzare la democrazia e difenderla dall’autoritarismo” è stato collegato alla promozione dei “diritti umani di attivisti, donne e ragazze, giovani, persone LGBTQI+, persone con disabilità e popolazioni emarginate”.

L’amministrazione Biden, sottolinea Spiked, ha esternato “consapevolmente la guerra culturale americana, proiettandola sulla scena globale”, allo stesso tempo presentando la “minaccia rappresentata da Pechino e Mosca come analoga alla minaccia rappresentata dalle orde trumpiante in patria”. Un bagaglio retorico-demagogico, quello dell’amministrazione Biden, per delegittimare gli avversari – o meglio, i “nemici” – sia in patria, che all’estero. Nulla di nuovo: come osservava Samuel P. Huntington ne Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale (1996), “l’Occidente – in particolare l’America, che è sempre stata una nazione missionaria – ritiene che i popoli non occidentali debbano convertirsi ai valori occidentali della democrazia, del libero mercato, del governo costituzionale, dei diritti umani, dell’individualismo, dello stato di diritto, e inglobare tali valori nelle proprie istituzioni”. Un messianesimo manicheo, quello dell’amministrazione Biden, ora infarcito di ideologia “woke”, dove da una parte ci sono i “buoni” e dall’altra i “cattivi”.

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