La Cina ha pubblicato un libro bianco per illustrare la sua nuova politica militare. Il documento, intitolato “La difesa nazionale cinese nella nuova era”, è stato diramato dall’Ufficio informazioni del Consiglio di Stato per aiutare la comunità internazionale a capire meglio la strategia cinese. Una strategia, come sottolinea il titolo, che ha prima di tutto uno scopo difensivo e non di espansione egemonica nel resto del mondo. È pur vero che nel white paper la Cina ha anche dichiarato che non rinuncerà all’uso della forza per riunificare il territorio cinese e salvaguardare la sicurezza nazionale; il riferimento a Taiwan nel primo caso e ai separatisti del Tibet e dello Xinjiang nel secondo non è casuale, anzi Pechino ha scritto nero su bianco che adotterà tutte le misure militari necessarie per sconfiggere i separatisti e riaccorpare l’isola ribelle alla madrepatria.
Usare la forza per riprendersi Taiwan
Il documento è suddiviso in sei sezioni, ognuna delle quali analizza un tema specifico: la situazione della sicurezza internazionale, la politica difensiva nazionale della Cina nella nuova era, l’adempimento delle missioni e dei compiti delle forze armate cinesi, la riforma della difesa nazionale e delle forze armate cinesi, spese di difesa ragionevoli e appropriate e la costruzione attiva alla di una comunità con un futuro condiviso per l’umanità. In mezzo ai termini istituzionali tipicamente utilizzati da Pechino si intravedono le prossime mosse della Cina in ambito militare. Prima di tutto il Dragone intende salvaguardare la propria sovranità e, detto in altro modo, non tollererà intrusioni straniere di alcun tipo in temi sensibili come Taiwan, Mar Cinese Meridionale e Xinjiang. L’intenso sviluppo dell’esercito e le riforme militari apportate da Xi Jinping hanno l’obiettivo primario di garantire alla Cina una macchina da guerra competitiva e in grado di fronteggiare eventuali sfide con gli Stati Uniti. Il governo cinese ci tiene però a rassicurare i lettori del paper: la nuova politica di difesa nazionale ha uno scopo difensivo ed è trasparente proprio per dimostrarne il fine.
Il confronto con gli altri paesi
È interessante leggere alcuni dei grafici presenti nel testo. Nel quinto capitolo, ad esempio, i numeri dimostrano come la Cina abbia investito in modo “appropriato e ragionevole” sullo sviluppo bellico. Dai dati diffusi dal governo scopriamo che Pechino ha investito nella difesa militare appena l’1.26% del suo prodotto interno lordo e il 5.14% della spesa pubblica; cifre che dimostrano un graduale calo di tendenza dal 1979 a oggi, quando i valori si attestavano rispettivamente intorno al 5.43% e 17.37%. Il rapporto medio delle spese di difesa rispetto al Pil nel periodo 2012-2017 colloca inoltre la Cina agli ultimi gradini di un’ipotetica classifica su scala mondiale; il Dragone è fermo all’1.3%, contro il 3.5% degli Stati Uniti, il 4.4% della Russia e il 2.5% dell’India, ed è addirittura dietro alcune potenze europee come Regno Unito (2%) e Francia (2.3%). Il messaggio che intende lanciare la Cina alla comunità internazionale è chiaro: non possiamo essere una minaccia se abbiamo avuto un rapporto medio tra spesa per la difesa e spesa pubblica del 5.3% contro il 9.8% degli Stati Uniti.
Come sono suddivise le spese militari della Cina
Le spese militari della Cina sono comunque cresciute dal 2010, in cui Pechino ha investito per l’intero apparato bellico 533.337 bilioni di renminbi, al 2017, ultimo anno di rilevazione che ha fatto registrare un costo di 1043.237 bilioni. Parlavamo della trasparenza, ed ecco qui una dimostrazione che il Dragone intende dare al resto del mondo. Il governo cinese ha infatti suddiviso le singole spese per i vari aspetti della difesa militare; si scopre così che, sempre nel 2017, la Cina ha investito il 30.8% della spesa complessiva nelle spese per il personale, il 28.1% in allenamenti ed esercitazioni varie e il 41.1% nell’equipaggiamento. Dulcis in fundo, il white paper ci tiene a rimarcare come la Cina non abbia mai iniziato alcuna guerra dalla sua fondazione, 70 anni fa, a oggi.
L’articolo 14 e un intervento militare a Hong Kong
Nel testo non si fa alcun riferimento a Hong Kong, anche se per la Cina i manifestanti hongkonghesi pro democrazia rappresentano un chiaro pericolo separatista. Se Pechino si è detto disposto a usare la forza per garantire la sicurezza nazionale e la riunificazione, un primo banco di prova potrebbe essere proprio l’ex colonia britannica. Wu Qian, portavoce del ministero della Difesa cinese, ha citato le clausole presenti all’interno dell’articolo 14 della Legge sulla Guarnigione. Il suddetto articolo stabilisce che il governo della regione amministrativa speciale può chiedere al governo centrale l’assistenza della guarnigione dell’Esercito Popolare di Liberazione in stanza a Hong Kong “per il mantenimento dell’ordine pubblico e il soccorso in caso di calamità”. E, visto quanto accaduto nelle ultime settimane a Hong Kong, Carrie Lam avrebbe più di un pretesto per affidarsi all’articolo 14.



