La pandemia di Covid-19 sta rapidamente mutando la divisione del potere nell’arena internazionale, spezzando vecchi equilibri e creandone di nuovi. La rivalità che è stata maggiormente esacerbata dalla pandemia è senza dubbio quella fra Stati Uniti e Cina, all’interno della quale si trovano coinvolte diverse potenze, in primis la Russia.

La chiusura definitiva del cosiddetto Russiagate, che ha influenzato grandemente la politica estera dell’amministrazione Trump nei confronti di Mosca, ed alcuni messaggi lanciati nel corso della pandemia, potrebbero essere il segnale che i tempi sono maturi per la svolta diplomatica di riavvicinamento al Cremlino caldeggiata da diversi anni da Henry Kissinger e Steve Bannon. L’emergenza, però, ha anche contribuito a rafforzare l’asse fra Russia e Cina, perciò l’ipotesi di provocare una rottura sino-sovietica 2.0 si fa sempre meno probabile, ma non impossibile.

Tre scenari post-pandemia

The Diplomat, una delle più prestigiose riviste di relazioni internazionali nell’Asia-Pacifico, ha recentemente pubblicato un’analisi nella quale si espongono i tre scenari post-Covid19 più plausibili per quanto riguarda l’evoluzione della nuova guerra fredda fra Stati Uniti e Cina, focalizzando l’attenzione sul ruolo del Cremlino. Non è un segreto che la Russia rivesta un’importanza secondaria all’interno dello scontro egemonico in corso ma, proprio come lo slittamento di fronte della Cina durante la guerra fredda contribuì a frenare in maniera significativa l’avanzata sovietica in Eurasia, lo stesso risultato potrebbe essere ottenuto oggi facendo leva sul Cremlino.

Vladimir Putin e Donald Trump hanno discusso molto nei giorni dell’emergenza, dalla crisi del petrolio alla commemorazione della fine della seconda guerra mondiale, concordando anche lo scambio di beni medici e strumentazione ospedaliera, al quale è stato il presidente russo a dare il via con un Antonov An-124 inviato a New York il primo aprile.

Il disgelo, già di per sé debole, è avvenuto sullo sfondo di eventi che agiscono in senso contrario alla normalizzazione, annullandone l’effetto. La Russia, infatti, ha assistito al proseguimento del proprio accerchiamento, tanto fisico quanto diplomatico.

Nel primo caso, per tramite di Turchia, NATO e istituzioni finanziarie occidentali come Banca Mondiale e Fondo Monetario, è stata inaugurata un’aggressiva diplomazia degli aiuti sanitari indirizzata a tutti quei paesi attualmente sotto influenza russa, dai Balcani all’Asia centrale. Inoltre, per la prima volta dal dopo-guerra fredda, si è tenuta un’esercitazione militare angloamericana nel mare di Barents, Artico norvegese, avente come chiaro obiettivo il blocco delle ambizioni russe sul polo Nord; tutto questo è avvenuto sullo sfondo dell’intensificazione del dialogo con Ucraina e Georgia per accelerare il loro accesso nella NATO.

Nel secondo caso, la Russia è stata accusata di voler dividere l’Unione Europea e l’Alleanza Atlantica attraverso campagne di disinformazione e, più specificatamente, per mezzo della missione umanitaria “Dalla Russia con amore”. Le reazioni virulente di una parte della stampa italiana hanno innescato una piccola crisi diplomatica, minando sin dall’inizio le possibilità di un miglioramento dei rapporti bilaterali. Inoltre, l’amministrazione Trump ha esteso il campo d’azione della dottrina della dominanza energetica all’uranio, spiegando come lo scopo sia anche quello di ostacolare la diplomazia del nucleare del Cremlino nel mondo.

Tenendo in considerazione che Trump non è il primo presidente statunitense a voler dar luogo a politiche di normalizzazione con la Russia e che prima di lui hanno provato senza successo anche George Bush Jr e Barack Obama, entrambi tornati sui loro passi ed irrigiditisi nel corso dei secondi mandati, uno scenario è che l’agenda Trump per il Cremlino sia destinata a restare pressoché immutata, a non dar vita ad alcun cambiamento spartiacque, proseguendo la linea del neo-contenimento dei predecessori.

Il motivo della coesistenza pacifica impossibile è semplice: troppe le divergenze di fondo; gli Stati Uniti intenzionati a sfruttare al massimo il ritorno alla libertà di intere aree eurasiatiche per consolidare il proprio status di unica superpotenza, la Russia mirante a mantenere il primato, o quantomeno un’influenza significativa, sul “salvabile”, ossia parti dell’Europa orientale e dell’Asia.

Un secondo scenario, che è in parte una conseguenza del primo, prevede che il partenariato strategico russo-cinese si estenda e intensifichi sino a raggiungere livelli critici di collaborazione diplomatica e militare e di complementarietà economica. Anche in questo caso, le divergenze non mancano e degli attriti si sono verificati nelle prime fasi della pandemia, ma l’interesse comune riesce sempre, in un modo o nell’altro, a prevalere; questa è la vera forza dell’intesa amichevole del 21esimo secolo. L’isolamento dall’Occidente ha spinto la Russia a rivolgersi al mercato cinese che, lungi dall’essere limitato e scarsamente diversificato, offre ormai una vastissima gamma di beni e servizi a prezzi competitivi.

Il rapporto di interdipendenza fra le due economie potrebbe approfondirsi nel dopo-pandemia, perché solo Pechino ha le risorse necessarie per aiutare Mosca a riprendersi nel più breve tempo possibile. Attriti iniziali a parte, la Cina si è dimostrata un valido partner nel corso dell’emergenza, giungendo in soccorso di tutti quei paesi vicini o dentro l’orbita del Cremlino, fungendo da potente contraltare anti-occidentale e anti-turco. Alla luce di tutto ciò, la recente decisione di Vladimir Putin di organizzare a Pechino il primo viaggio all’estero del post-Covid19, assume un valore ancora più importante.

Un terzo scenario, plausibile quanto i precedenti, è che la Russia scelga di non cedere alle lusinghe statunitensi, qualora una svolta kissingeriana avesse effettivamente luogo, ma che neanche decida di trasformare il partenariato in un’alleanza senza punto di ritorno, preferendo mantenere un’equidistanza fra i blocchi, traendo tutti i vantaggi che da essa deriverebbero. Questo sarebbe, infatti, l’unico modo per il Cremlino di concretizzare i propri sogni eurasiatici, la cui realizzazione non dipende esclusivamente da Pechino, come erroneamente si tende a credere, ma anche dai rapporti con Nuova Delhi, Tokyo e le altre potenze regionali del continente.

Scegliere di non scegliere potrebbe significare di non ritrovarsi sul carro degli sconfitti a battaglia egemonica terminata, di evitare di giocare un ruolo secondario in un’alleanza con la Cina e in un asse opportunistico con gli Stati Uniti, e di conservare la propria identità, che storicamente non è mai stata quella di una potenza subalterna.