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Il 15 aprile la guerra fredda 2.0 è entrata ufficialmente in una fase di transizione con l’annuncio, da parte dell’amministrazione Biden, di un nuovo pacchetto sanzionatorio nei confronti della Russia – il più rigido, multiforme ed esteso dal 2018. L’avvio di questo stadio transitorio, intuibile già ai tempi delle ultime presidenziali statunitensi e preannunciato dalla reductio ad daemonium di Vladimir Putin e dall’escalazione tra Donbass e Mar Nero, spiana la strada alla traslazione del confronto egemonico su un nuovo piano, forse più bellicoso del precedente, e conferma la validità dei nostri pronostici sulla weltanschauung di Joe Biden.

Negli Stati Uniti è emergenza nazionale

Mettendo la firma sull’ordine esecutivo del 15 aprile (Executive order on blocking property with respect to specified harmful foreign activities of the government of the Russian Federation), Joe Biden ha proclamato lo stato di emergenza nazionale in relazione alle presunte attività che il Cremlino starebbe esperendo, e avrebbe esperito in passato, ai danni dell’economia, della politica estera e della sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

Nell’ambito dello stato di emergenza nazionale rientra l’applicazione di un pacchetto sanzionatorio particolarmente rigido, basato su divieti di viaggio, espulsioni e vaste e varie misure punitive di natura economica e finanziaria ai danni di individui, imprese e debito sovrano della Russia. La rivista Politico riporta che il blocco ritorsivo, per quanto esteso, non sarebbe stato esente da critiche in patria, venendo, sì, plaudito, ma anche accusato all’unisono di morbidezza. Perché alcuni membri del Congresso, appartenenti sia al mondo repubblicano sia a quello democratico, avrebbero voluto delle sanzioni in merito al Nord Stream 2, al caso Navalny e alle uccisioni di soldati statunitensi in Afghanistan che l’intelligence nazionale imputa al Cremlino.

Dopo l’annuncio del ciclo sanzionatorio, il presidente degli Stati Uniti ha rivolto un discorso alla nazione per illustrare minutamente i moventi conduttori del suo agire e, nel corso dello stesso, ha lanciato una sequela di messaggi all’indirizzo del Cremlino, tra i quali risaltano il monito a formulare una rappresaglia proporzionata, la reiterazione dell’invito ad una bilaterale con l’omologo russo, l’invito all’inaugurazione di un dialogo per la stabilità strategica e l’anelito di convergere gradualmente verso lo stabilimento di un modus vivendi.

Capire Biden

L’inquilino della Casa Bianca ha impiegato il termine modus vivendi in riferimento alla personale volizione di perseguire un dialogo con la Russia basato sul binomio stabilità-prevedibilità, due termini ricorrenti e distintivi del vocabolario bideniano. Può sembrare strano, o persino risultare arlecchinesco, ma le sanzioni del 15 non sono in contraddizione con la chiamata cordiale del 13: ne sono il complemento e il compimento. Prova di questo fatto è il discorso alla nazione di Biden, durante il quale è stato rilanciato l’invito al capo del Cremlino e che è stato condito di ammicchi al popolo russo, definito “patriottico” e “fiero”, ergo affine a quello americano.

La domanda sorge spontanea: lunaticità o prevedibilità, cosa caratterizza realmente l’amministrazione Biden? La seconda, naturalmente. Perché l’alternanza di pugno duro e guanti di seta rispecchia chiaramente il modus operandi et cogitandi dell’inquilino della Casa Bianca, un uomo formatosi durante la guerra fredda, avvezzo all’impiego del metodo antidiluviano del bastone e della carota, per nulla estraneo a convergenze calcolate e tregue tattiche e, ultimo ma non meno importante, allevato all’idea che i giochi di forza debbano avvenire all’interno di contesti definiti da regole specifiche, inaggirabili e preferibilmente concordate.

Biden, in estrema sintesi, sta tentando di attualizzare il modello di competizione controllata della guerra fredda al ventunesimo secolo. E, da una disamina dei fatti basata sull’osservazione degli accadimenti dell’ultimo trimestre e sulla conoscenza della forma mentis bideniana, si può affermare che quel modus vivendi possa prestarsi a diverse letture guerrafreddesche: contenimento, coesistenza pacifica, equilibrio, distensione, disgelo, respingimento. La fase di transizione, cominciata con l’insediamento alla Casa Bianca dei Dem, avrà come sbocco uno dei suddetti scenari; quale tra loro lo si potrà capire soltanto seguendo le briciole che le due potenze lasceranno a terra nei prossimi mesi. Spiegato altrimenti, gli analisti più accorti dovranno ascoltare il non detto e considerare il non fatto, perché silenzi e inazioni possono essere più eloquenti di dichiarazioni roboanti e gesta eclatanti.

Le incognite del piano Biden

Sanzioni e invito ad un faccia a faccia si complementano perfettamente, perché, di nuovo, trattasi di capire che Biden è un uomo che sta applicando logica e regole della guerra fredda alla competizione tra grandi potenze. Le sanzioni, da inquadrare nel più ampio contesto delle azioni intraprese nell’ottica di un rischio calcolato (come l’escalazione nel Donbass), verranno impiegate dagli Stati Uniti come una leva in sede negoziale – se e quando l’agognata bilaterale avrà luogo –, da qui l’auspicio che la Russia reagisca in modo proporzionato (perché Biden “sarebbe potuto andare oltre”) e l’offerta di alcuni olocausti sul piatto della bilancia (come la de-escalazione nel Donbass e l’esclusione del NS2 dal pacchetto punitivo).

Avevamo azzardato una teoria sulle nostre colonne: che Biden avesse raggiunto telefonicamente Putin nel contesto della ricerca di una tregua tattica. I fatti successivi sembrano aver corroborato la nostra ipotesi: la Casa Bianca ha sanzionato, ma senza ritirare la proposta di un faccia a faccia, e continua ad agitare lo spettro della minaccia russa, ma auspicando simultaneamente il raggiungimento di un modus vivendi. Perché il fine non è la rottura, quanto l’arrivo al tavolo delle trattative da una posizione di forza in grado di possibilitare lo stabilimento di un equilibrio che rispecchi e rispetti quanto preannunciato da Biden durante la telefonata con l’omologo russo, cioè la costruzione di una relazione bilaterale che sia stabile, prevedibile e, soprattutto, “in linea con gli interessi degli Stati Uniti”.

A questo punto, però, entrano in scena le incognite. Biden sta tentando di applicare le anacronistiche regole della guerra fredda alla competizione tra grandi potenze, pur trattandosi di contesti storici differenti, e sembra non curarsi del fatto che Russia e Cina abbiano imparato dagli errori commessi nella seconda parte del Novecento. La russosfera è sotto pressione, testimone di un crescente accerchiamento, ma Mosca non è la potenza inerme che nel 1999 permise all’amministrazione Clinton di bombardare Belgrado. E Pechino, similmente, non sembra volente di cadere in un nuovo tranello del ping pong, sacrificando le proprie aspirazioni egemoniche sull’altare di un rapporto asimmetrico e improntato alla sottomissione con Washington.

Prova del fatto che l’amministrazione Biden stia cercando di coartare la presidenza Putin ad accettare una partita fuori dal tempo, giocando secondo le regole dettate da Washington per Washington e Mosca (e ignorando il reale status di quest’ultima), è rappresentata dagli eventi del 13 e del 15 di questo mese. La diplomazia russa ha prima tentennato dinanzi alla proposta di una bilaterale, dopo di che ha esplicitato che non ci sarebbe stato alcun incontro, almeno nel “near future“, rifiutando la mano tesa e infrangendo le speranze di quei Paesi interessati a ospitare l’evento (come Finlandia e Repubblica Ceca).

È a quel punto che scattano le sanzioni: estese, tangibili e in alcuni casi senza precedenti (il debito sovrano russo). Bastone e carota: se Putin avesse mostrato disponibilità, in luogo di un attendismo ostile, le sanzioni non sarebbero arrivate. O sarebbero arrivate, ma più in là nel tempo e dagli effetti più simbolici che deleteri (espulsioni, divieti di viaggio, congelamenti di beni a personaggi senza beni da congelare). Ed è nell’immediatezza del dopo-sanzioni che il Cremlino, irritato ma non sorpreso dal gesto, annuncia la chiusura dello stretto di Kerch fino al prossimo ottobre: una mossa da scacco matto, sicuramente premeditata, funzionale a colpire gli Stati uniti attaccando l’Ucraina e ad evidenziare l’anacronismo del modus operandi bideniano.

Un faccia a faccia avrà luogo, perché è nell’interesse di entrambe le nazioni e perché è stato Putin, peraltro, il primo a proporre l’idea, e servirà a porre fine a questo stadio transitorio di tregua tattica, durante il quale si assisterà a periodiche escalazioni calcolate e a prove di fedeltà all’ideale atlantista da parte degli alleati europei (come il caso Biot in Italia e l’espulsione di tre diplomatici russi dalla Polonia avvenuta nella sera del 15).

Una cosa è certa: l’era da cui proviene Biden è finita e la Russia, forte dell’emancipazione dalla solitudine (grazie all’intesa cordiale con la Cina), sta mostrando e dimostrando chiaramente che, disillusa da rivoluzioni colorate, espansione della Nato e ritorno in auge delle cacce alle streghe, non ha proposito alcuno di giocare secondo le regole degli Stati Uniti. Perché ogni errore potrebbe rivelarsi letale e nessun passo falso è dunque concesso: in palio v’è l’alba dell’epoca multipolare.

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