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L’assetto geopolitico globale si sta sempre più polarizzando in risposta al mutamento dell’ordine mondiale post Guerra Fredda che vedeva una sola grande potenza egemone: gli Stati Uniti. A ben vedere la situazione del post dissoluzione dell’Unione Sovietica è ben più complicata a causa di due fattori concomitanti e che, in un certo senso, gli stessi Usa hanno contribuito a creare: da un lato il mondo sta assistendo al ritorno sul palcoscenico globale di un vecchio attore, ovvero la Russia di Putin, che dopo il baratro in cui era sprofondata a causa della situazione economica disastrosa degli anni ’90 sta, faticosamente, risalendo la china per tornare ad essere protagonista; dall’altro abbiamo la Cina di Xi Jinping che ha definitivamente “gettato la maschera” e nel quadro della rivoluzionaria politica di “prosperità” propugnata dal Pcc è diventata sempre più aggressiva nell’ultimo decennio a livello economico e militare.

Gli Stati Uniti – per il momento unica potenza davvero globale per capacità militare ed economica – quindi si trovano a fare da “secondo polo” a seconda dello scacchiere geografico: in Asia-Estremo Oriente si oppongono all’espansionismo cinese, nell’area atlantico-europea-mediorientale alla Russia.

Sicuramente, come più volte detto da queste colonne, il vero centro politico/economico del mondo è diventato l’Asia, e quindi la partita più interessante è tra Washington e Pechino (i dazi di Trump sono lì a dimostrarlo) e per analizzare come si evoluta – e si sta evolvendo – la situazione in quello scacchiere occorrerebbero pagine e pagine, anche in considerazione che la stessa Russia sta cominciando da pochi anni a guardare al suo “oriente” che le è contiguo geograficamente parlando ma molto poco a livello culturale.

La situazione da quelle parti è poi la diretta conseguenza della politica “isolazionista” di Washington messa in atto in due anni di mandato di Obama, che ha voluto il disimpegno delle Forze Armate americane da quei scenari considerati “non vitali”: la Casa Bianca ha preferito quindi fornire ai propri alleati ed “amici” mezzi e soldi per provvedere alle proprie esigenze della Difesa invece di aumentare la propria presenza militare. Nell’ultimo mandato l’amministrazione Obama ha provveduto, ad esempio, a levare l’embargo sulle armi al Vietnam fornendo nel contempo armamenti di vario tipo – compresi pattugliatori d’altura – appunto nel quadro del contenimento della Cina in modo “indiretto”, utilizzando il “soft power”: una forma di attuazione della dottrina del “pivot to Asia” che non ha mai visto concordi il Congresso e l’Esecutivo durante la passata amministrazione.

Ora con Trump alla Casa Bianca si sta assistendo ad un dietrofront su tutta la linea – il siluramento di Tillerson, personaggio troppo “diplomatico” può essere letto anche in questo senso – e Washington si è ripresa il ruolo di gendarme attivo del mondo: emblematico è quanto avvenuto e sta avvenendo per la Corea del Nord e per la vexata quaestio del Mar Cinese Meridionale, dove la passata amministrazione si accontentava di qualche passaggio di bombardiere nel nome della “libertà di navigazione”.

La situazione in Europa e Medio Oriente è quasi altrettanto complicata sebbene di natura diversa: qui la Russia cerca di riprendersi la propria sfera di influenza – persa con la fine dell’Unione Sovietica – per risollevarsi anche economicamente essendo ancora troppo legata alla volatilità del mercato degli idrocarburi, prima fonte di introiti di Mosca immediatamente seguita dalla vendita di armamenti.

Le sanzioni elevate da Stati Uniti ed Ue a seguito della proditoria annessione della Crimea sono quindi a tutti gli effetti una forma di guerra economica perpetrata ai danni di Mosca nel momento in cui stava rinnovando le proprie Forze Armate, uscite praticamente a pezzi dagli anni ’90 ad esclusione delle Forze Missilistiche Strategiche unico vero deterrente militare efficace in mano a Mosca. Sanzioni che hanno avuto e stanno avendo il loro effetto: abbiamo già ricordato il ritardo nelle costruzioni navali, il rimando a tempo indeterminato della nuova portaerei nucleare così come non si vede una data per il roll out del primo prototipo del nuovo bombardiere ala volante Pak-Da – solo per dirne alcuni.

Le tensioni di questi giorni con Londra a seguito dell’uccisione con gas nervino di una ex spia al soldo del Cremlino fanno da corollario alle incursioni dei bombardieri russi nella Eez inglese, ai passaggi di naviglio militare russo in prossimità della costa britannica, e alle ripetute accuse di Washington sui tentativi di hackeraggio della rete elettrica e telematica americana da parte di Mosca.

Se escludessimo il cyber warfare ed il fatto che, oggettivamente, le Forze Armate russe sono solo un pallido riflesso rispetto a quelle dell’Unione Sovietica, ci sembrerebbe quindi di essere tornati negli anni “più caldi” della Guerra Fredda, quando espulsioni di diplomatici e passaggi di navi militari nelle acque territoriali in nome della “libertà di navigazione” (con tanto di speronamenti come avvenuto in più di una occasione nel Mar Nero) erano praticamente di routine.

Guerra Fredda che, come ben sappiamo, ha portato anche al sostegno di vari gruppi terroristici o paramilitari da parte delle due superpotenze: se da un lato gli Stati Uniti sostenevano i mujaheddin in Afghanistan in chiave antisovietica (che poi sarebbero accorsi nelle fila dei talebani un decennio dopo) e finanziavano i regimi militari in Sud America, Africa e Asia, dall’altro l’Unione Sovietica sovvenzionava e addestrata la maggior parte dei terroristi “rossi” sparpagliati per il mondo come la Raf, le Br, le Farc, Sendero Luminoso e l’Fplp. Lotta che non aveva solo una connotazione politica, ovvero quella di opporsi al capitalismo/imperialismo di matrice americana ed occidentale, bensì aveva la funzione di fare da “quinta colonna” in seno alla Nato o comunque in quei Paesi che andavano destabilizzati per imporvi successivamente il proprio dominio: tutti questi gruppi erano, a tutti gli effetti, il prolungamento del Kgb all’estero, il braccio armato di Mosca contro l’America e l’Occidente.

Oggi la situazione economica e politica è profondamente diversa però si stanno riproponendo certe dinamiche di scontro tra le potenze globali: un caso esemplare è rappresentato dalla Siria dove sostanzialmente abbiamo assistito ad una guerra per procura di Stati Uniti e Arabia Saudita contro il regime di Assad ed i suoi alleati a Teheran e Mosca. L’Is era quindi funzionale al rovesciamento di Damasco al pari delle milizie del Fsa e dei Curdi, questi ultimi apertamente supportati da Washington, e pertanto la Coalizione a guida americana non ha mai desiderato “calcare troppo la mano” sui terroristi islamici, almeno finché non è scesa direttamente in campo la Russia che, sparigliando le carte ed evidenziando una certa contiguità tra Fsa e Is, ha costretto Stati Uniti ed Alleati nell’angolo.

Questo meccanismo di “guerra per procura” armando fazioni avversarie e sovvenzionando con fiumi di dollari (o di rubli) quei movimenti politici che oggi definiremmo con molta cautela “sovversivi” – nel senso di voler sovvertire l’ordine imperante – si potrebbe quindi riproporre là ove vi sia terreno fertile, sempre inquadrato nello scontro locale tra potenze globali. Non sarebbe del resto la prima volta nella storia che fondi esteri vadano a rimpinguare le casse di un partito avverso al potere imperante, ed in un certo qual modo Mosca, oggi, avrebbe tutto l’interesse a sovvenzionare quei movimenti politici identitari che vogliono la dissoluzione dell’Unione Europea o l’uscita dalla Nato, così come Washington avrebbe – ed ha – tutto l’interesse a mantenere a tutti i costi lo status quo e a continuare la sua politica di isolamento internazionale della Russia anche attraverso la creazione di nuovi fronti instabili là dove Mosca è particolarmente coinvolta, come ad esempio l’Iran.

Non ci stupiremmo quindi di vedere una rinascita del terrorismo di vecchio stampo grazie all’iniezione di liquidità da parte delle due (o tre) potenze globali, del resto anche i cyber attacchi quando colpiscono le reti infrastrutturali di un Paese rappresentano una forma di terrorismo “soft” molto efficace e di basso profilo. Oggettivamente però va considerato che la Russia non potrebbe permettersi in questo momento storico di finanziare con una pioggia di rubli fazioni “rivoluzionarie” come ai tempi dell’Unione Sovietica: la congiuntura economica corrente e le sanzioni che duramente la colpiscono sicuramente influirebbero negativamente su una tale scelta costringendola a selezionare un numero ristretto di soggetti, e quindi, per definizione, risulterebbe poco efficace ai fini della destabilizzazione e del depauperamento delle risorse dell’avversario.

Non è detto però che altri attori più grandi ed in salute – come la Cina – o più piccoli ma pronti a tutto – come la Corea del Nord – non intraprendano, o abbiano già segretamente intrapreso, questa strada, ben coscienti che una guerra asimmetrica e segreta tra potenze è già in atto da tempo.

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