Nei fondali del Baltico la Guerra fredda non è mai finita. Russia e Occidente osservano le rispettive mosse e provano ad anticipare l’altro, in una partita a scacchi complicatissima dove il posizionamento militare si intreccia, in maniera inestricabile, agli interessi economici: energetici in primis. Ed è sul tracciato del Nord Stream, in particolare del suo raddoppio (il Nord Stream 2), che lo scontro appare incandescente. Un gasdotto che vede contrapposte Russia, Unione europea, Nato e Stati Uniti. E la Germania, Paese che deve essere il terminale del gas russo in Europa, è il teatro di questo scontro in cui il governo tedesco si trova nella difficile posizione di dover pensare al proprio interesse nazionale riuscendo a non incrinare i rapporti con Mosca né quelli con Washington.

Partita complicata, indubbiamente. Perché Angela Merkel sa perfettamente che i nodi stanno venendo al pettine e che la nuova “Ostpolitik” tedesca, quella di apertura verso la Russia, non piace a Donald Trump né allo Stato profondo americano, dove sono convinto Berlino debba iniziare a scegliere da che parte stare. E la scelta è netta: o noi o loro. Al punto che il presidente degli Stati Uniti ha mantenuto le sanzioni nei confronti delle aziende che operano per il completamente del tracciato e ha fatto intendere senza mezzi termini che la Germania ha il dovere di comprare gas liquefatto americano se vuole continuare a ricevere la protezione della Nato e rimanere sotto l’ombrello di Washington.
Il “ricatto” di Trump è chiaro: vuole fermare l’asse Russia-Germania, vuole evitare che Mosca venda ancora più gas all’Europa, vuole vendere il suo gas agli alleati della Nato, colpevoli, a detta del presidente Usa di ricevere più di quello che danno, sia in termini di spesa militare sia di acquisti di materie prima e merci made in Usa. Il gas non fa eccezione ed è per questo che da qualche tempo, specialmente dall’ascesa di Trump alla guida della Casa Bianca, le vendite di petrolio e gas statunitensi sono in aumento così come sono in aumento i terminali di ricezione e rigassificazione in alcuni Paesi europei, e che coinvolge anche Italia e Germania.
Per la Merkel c’è un doppio problema da considerare ed è su questa faglia che si gioca l’eterno scontro tra Europa e interessi nazionali dei singoli Stati membri e l’altro (eterno) scontro fra i due imperi che fanno capo a Washington e Mosca. Da una parte, la cancelliera è perfettamente conscia dei rischi che possa comportare il distaccarsi dall’orbita Usa, visto che la minaccia dei dazi di Trump così come il soffiare americano sui fuochi di Brexit e di disintegrazione dell’Unione europea rappresentano un vero e proprio assedio alla strategia tedesca. Dall’altra parte, gli strateghi di Berlino pensano che il raddoppio del Nord Stream sia fondamentale per due ragioni: rendere la Germania l’hub indiscusso del gas russo in Europa; perseguire una propria linea politica indipendente dagli Stati Uniti e sganciandosi anche da un’Unione europea che non segua gli interessi tedeschi. Non ultimo, per la Germania si tratterebbe anche di evitare che i Paesi dell’Europa orientale possano in qualche modo bloccare il flusso di gas dalla Russia all’Occidente europeo, facendosi essa stessa garante del rifornimento energetico continentale.
Da che parte stare? Per la Merkel il bivio è complesso anche se sembra che a Berlino non vogliano fare alcuna marcia indietro. Non l’ha fatto la Danimarca, che ieri ha approvato il permesso per il passaggio del gasdotto a sud est dell’isola di Bornholm, difficile che lo faccia Berlino che per quel terminale di Greifswald può diventare una potenza legata a doppio filo con la Russia scavalcando Visegrad e gli Stati baltici. Il problema però è che questo incide (e molto) sui rapporti internazionali sia in ambito europeo che in ambito mondiale. Perché se la Guerra fredda coinvolge Russia e Stati Uniti, c’è un altro conflitto interno all’Unione europea che può deflagrare a causa di questa crisi. Ed è proprio lo scontro su chi deve avere il passaggio del gas e sulle direttrici della diversificazione.
Gli interessi sono contrapposti: è inevitabile
La Germania ha un interesse divergente rispetto all’Europa dell’Est, ma non va dimenticato che anche l’Italia e altri strati dell’Ue non concordano con la linea tedesca. La faglia quindi non sarebbe più solo Est-Ovest, ma anche Nord-Sud includendo diversi fronti. Se infatti l’Europa e la Nato hanno come obiettivo la diversificazione energetica, come può l’Italia (che è rivale di Berlino sul fronte del gas) concordare con chi vuole il rafforzamento dell’asse energetico fra Russia e Germania? Per Roma il problema è estremamente serio, visto che se a Berlino festeggiano il raddoppio del Nord Stream, a Palazzo Chigi dovrebbero orientarsi su progetti del tutto contrapposti, come East-Med o il Tap. L’Italia, per essere un hub energetico per tutta l’Ue, deve essere alternativo alla Germania. Ma dall’altro lato, la guerra del gas può spaccare non solo i rapporti italo-tedeschi, ma anche quelli della Germania con l’Europa orientale, che si vede scavalcata dal Nord Stream e vede confermato l’asse Mosca-Berlino, un incubo strategico sia per gli Stati Uniti (che da sempre temono l’avvicinamento di queste due potenze dell’Europa continentale) che per tutti i Paesi dell’ex Unione sovietica.
L’assedio alla Germania da parte di Trump può quindi avere un altro effetto. Non solo obbligare la Germania a decidere da che parte stare costringendola al pagamento di ingenti sanzioni economiche, ma può anche spaccare il fronte europeo isolando proprio Berlino dal resto dei Paesi europei e della stessa Bruxelles che vede con enorme apprensione la scelta della potenza tedesca di blindare l’asse con il Cremlino. Una guerra per il gas che dà indicazioni precise su cosa vuole Trump da Nato ed Europa, su cosa vuole la Germania, su cosa può fare l’Italia, ma soprattutto di cosa farà l’Europa. Mai così spaccata e teatro di uno scontro che può decidere il destino dell’Ue.
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