La nuova Europa non nasce certo sotto i migliori auspici. Altro che uomini di rottura, altro che spirito europeo, altro che comprensione del nuovo vento che spira sugli Stati dell’Unione europea. Quella nuova Europa nata dai tavoli delle trattative del Consiglio europeo, dell’asse franco-tedesco e delle segrete stanze dei partiti è un’istituzione che nasce già zoppa. E che simboleggia già di suo il declino di un’istituzione che sembra aver completamente perso la percezione di quanto stia cambiando il Vecchio Continente.

I quattro nomi proposti dal Consiglio europeo e dai leader dell’Unione non fanno altro che confermare questa lenta agonia a cui è costretta a vivere l’Europa. Il futuro presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è considerata da tutti il ministro peggiore (o almeno il più debole) del governo di Angela Merkel. Vero che è la sua “delfina”, ma questo di per sé non è detto sia un motivo di vanto. Partire con l’idea che una presidente di Commissione sia la fedelissima della leader di uno dei Paesi membri, di fatto rappresenta la condanna a essere una guida debole e assolutamente non super partes. Se a questo si aggiunge che nel periodo della sua guida della Difesa tedesca, le forze armate di Berlino hanno raggiunto uno dei livelli più bassi della storia recente della Germania, è del tutto evidente che quello che si prospetta per Bruxelles non è certamente un periodo in cui dormire sonni tranquilli. Altro che un leader forte per il dopo-Juncker: la guida dell’Europa è data in mano a una donna che ha dimostrato di avere il profilo giusto, ma una serie di scheletri nell’armadio che rappresentano un handicap di non poco conto.

Altro nome, altro problema: Charles Michel, presidente del Consiglio europeo. Il primo ministro belga uscente, che erediterà il posto del polacco Donald Tusk, non si può certo dire un leader carismatico o forte. Anzi, quello che appare chiaro è che Michel lascia un Paese allo sbando considerato da tutti il ventre molle dell’Unione europea. Dilaniato dai venti separatisti, da esecutivi sempre più deboli e con un problema legato alla sicurezza interna che è esplodo con gli attentati che hanno colpito ripetutamente il territorio belga, a partire dalla capitale Bruxelles, il Belgio ad oggi è il Paese che esprime il presidente del Consiglio europeo, uno degli organi fondamentali di questa Unione, che riunisce tutti i capi di Stato e di governo dell’Ue. Insomma, il premier di un Paese in evidente crisi di identità e prossimo al collasso interno rappresenterà l’Ue di fronte al mondo e cercherà di definire le politiche di Bruxelles. Una condizione che, se non fosse drammatica per noi cittadini europei, sarebbe a dir poco comica.

Niente di meglio per quanto riguarda l’Alto rappresentante per gli Affari esteri e la sicurezza: Josep Borrell. Profilo istituzionale di un certo peso, sicuramente maggiore rispetto a quello proposto dall’Italia con Federica Mogherini, Borrell è un altro esempio di questa Unione europea governata dai “fallimenti”. Il ministro degli Esteri spagnolo proviene innanzitutto da un partito che non è vincitore (il Partito socialista europeo), ma soprattutto deriva da un governo, quello di Pedro Sanchez, che tutt’ora rischia di non avere la maggioranza in parlamento. Tanto è vero che il primo ministro spagnolo, considerato l’astro nascente della sinistra europea con il suo Psoe, sta prendendo tempo per cercare di arrivare all’investitura del 23 luglio con una maggioranza utile quantomeno a ottenere il passaggio del primo step parlamentare. Se a questa condizione si aggiunge lo stallo totale della Spagna di questi ultimi anni, con elezioni a valanga, maggioranze inesistenti e la Catalogna che preme per la secessione, di fatto il ruolo di rappresentante della politica estera Ue sarà un uomo molto indebolito.

Poi la nota italiana: David Sassoli alla guida del Parlamento europeo. La scelta di Sassoli dovrebbe far tirare un sospiro di sollievo all’Italia, che esce da questo valzer di nomine senza più la presidenza della Banca centrale europea e senza più l’Alto rappresentante e con la consolazione di aver mantenuto la presidenza dell’Eurocamera dopo la fine del mandato di Antonio Tajani. Ma anche in questo caso, la presidenza del Parlamento europeo paga un handicap di partenza molto importante. Sassoli non è un rappresentante del governo italiano, non rappresenta un partito di maggioranza e soprattutto è fuori da quelle logiche che stanno cambiando l’Europa. Il Pd ha cantato vittoria, così come il Partito socialista europeo, ma stiamo parlando di un rappresentante di due partiti usciti sconfitti dalle elezioni europee, sia a livello nazionale che europeo. Eppure sarà proprio un esponente di un partito sconfitto a guidare Strasburgo.

E infine, Christine Lagarde, la nuova guida della Banca centrale europea. Il direttore operativo del Fondo monetario internazionale è uno dei personaggi considerati in maniera più negativa dai partiti che si ribellano allo status quo in Europa e nel mondo. La stessa Lagarde fece addirittura un pubblico mea culpa per come si comportò l’Fmi ai tempi della crisi greca. Ma non va dimenticato anche il suo essere francese, donna legata al presidente Nicolas Sarkozy che nei suoi mandati ha devastato la Libia, coperto di scandali l’Eliseo e a cui Lagarde scriveva in una lettera: “Usami per il tempo che ti serve e serve alla tua azione e al tuo casting”, per poi continuare, “se mi usi, ho bisogno di te come guida e come sostegno: senza guida, rischio di essere inefficace, senza sostegno rischio di essere poco credibile”. Se questa è la nuova Europa…