“Venerdì 21 dicembre si presenterà nel Secondo Periodo Ordinario di Sessioni dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare (Anpp) nella sua IX Legislatura la proposta di Costituzione risultata dal processo di consultazione popolare che ha mobilitato Cuba dal 13 agosto al 15 di novembre, della quale è stato presentato un riassunto martedì 18 ai deputati da Homero Acosta Álvarez, segretario del Consiglio di Stato, in sessione plenaria, che ha contato con la presenza  del presidente cubano Miguel Diaz-Canel Bermúdez”. Così l’edizione italiana del Granma, il quotidiano ufficiale del Partito Comunista Cubano che governa l’isola dal 1959, ha presentato la fine del processo di revisione costituzionale, che sarà oggetto di referendum popolare il 24 febbraio 2019.

Nel suo intervento Acosta ha spiegato ha esaltato “il carattere democratico unico e singolare del processo”, che nelle intenzione dei leader cubani dovrebbe sancire la “nuova era” del castrismo dopo i Castro, guidata da Miguel Diaz-Canel.

L’ ingessamento dei vertici politici di Cuba nel mito della “Rivoluzione” ha portato il Paese a non beneficiare in maniera completa delle riforme timidamente avviate da Raul Castro. Lorenzo Bianchi ha segnalato sull’Huffington Post che ” gran parte dei dipendenti non guadagna più di 30 dollari al mese. Pur essendo triplicati, i lavoratori autonomi sono solo 580 mila su una popolazione di 11 milioni di abitanti. Il Prodotto interno lordo resta di un terzo più basso rispetto a quello del 1985″ e lo sfacelo del Venezuela ha portato Cuba a subire sulla propria pelle i drammatici aumenti dei costi delle importazioni energetiche. In questo contesto, la riforma costituzionale punta a rafforzare l’immagine della nuova dirigenza politica e a far apparire più ampi di quanto in realtà siano i margini di manovra a sua disposizione. Ma cosa c’è di nuovo nella Costituzione di Cuba che viene in queste settimane riformata?

Una svolta “cinese” per Cuba?

Come sottolinea LaPresse, “le modifiche più importanti sono note da luglio e ricordano “Il gattopardo”. Cambiare tutto per cambiare nulla. C’è infatti sì il riconoscimento della proprietà privata, l’introduzione del primo ministro che dividerà il potere con il Presidente e la limitazione del mandato di quest’ ultimo a cinque anni, rinnovabile una sola volta. Ma non c’ è una sola virgola sul multipartitismo. Cuba resterà cioè in mano all’ unico partito legale, quello comunista. Né la scomparsa del riferimento alla ‘società comunista’ significa granché. Cuba sarà un Paese retto dal partito unico comunista”, in continuità con la Costituzione del 2002 redatta da Fidel Castro.

Il modello sembra essere quello cinese: modernizzazione della retorica e apertura di concessioni in campo socio-economico senza, tuttavia, che ciò influisca sulla natura del regime monopartitico. Il riconoscimento di una serie di diritti (alla difesa, al giusto processo, alla partecipazione popolare, a una casa dignitosa, al lavoro alla salute e all’educazione) avviene nel quadro del “carattere socialista del sistema politico, economico e sociale”, sottolineato dall’espressione “Stato socialista di diritto”.

I contenuti del diritto di uguaglianza prevedono di incorporare la non discriminazione di genere, identità, orientamento sessuale, origine etnica, ma non accennano minimamente alla diversificazione politica. Cuba punta sul bilanciamento dei poteri in quanto i suoi nuovi leader sono consci che l’era “carismatica” dei Castro si è chiusa, e al dualismo presidente-primo ministro che ricorda molto il caso cinese sovrappone, come accade nell’Impero di Mezzo, un decentramento amministrativo che dà più autonomia a province e municipi.

Ma Cuba non è la Cina

Il problema principale, oltre al vistoso deficit di democraticità del sistema, è connesso alle conseguenze “strutturali” che la riforma avrà sui cittadini cubani. In Cina le autorità locali hanno potuto beneficiare di un diluvio di investimenti pubblici e di crescente autonomia fiscale per costruire infrastrutture e impianti industriali, combattere la povertà e creare lavoro, ma ciò ha aperto l’enorme voragine della corruzione nel Partito Comunista e il problema del debito degli enti locali.

Cuba, che per ragioni economiche, demografiche e politiche, non ha chiaramente la stessa potenzialità della Cina, è un Paese, in molti sensi, bloccato. Bloccato dalla storia che l’ha condannata a vivere in una situazione di “guerra fredda” anche nel pieno del XXI secolo. Bloccato per decenni dall’embargo statunitense che ne ha azzerato le prospettive di crescita, ma anche dalle scarse politiche di crescita del regime castrista. Bloccato dalla necessità di dover dipendere economicamente dall’esterno, prima dall’Unione Sovietica, poi dal Venezuela, infine (negli ultimi anni) nuovamente dalla Russia e dalla Cina, e di vincolare la propria sussistenza ad attori stranieri. 

Cuba potrà cambiare una o più volte la Costituzione, ma non ha prospettive di rilancio economico e politico nel medio periodo. E ci sarebbero fiumi d’inchiostro da far scorrere sui temi della libertà d’informazione, della lotta alla corruzione, della libertà religiosa. Problematiche destinate a rimanere irrisolte in un’isola dove il tempo sembra non passare mai.

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