Il baricentro del mondo si sta spostando sempre di più verso l’Asia. L’ennesima conferma è arrivata dalla creazione di un nuovo patto militare per l’Indo-Pacifico fra Stati Uniti, Regno Unito e Australia. L’alleanza ha un nome ben preciso: AUKUS, come l’acronimo di Australia, United Kingdom e United States. L’obiettivo del patto, annunciato nel corso di un evento virtuale al quale hanno partecipato il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, il primo ministro britannico Boris Johnson e il primo ministro australiano Scott Morrison, è quello di condividere la tecnologia per la difesa navale, al fine di rafforzare il controllo statunitense e anglosassone in una regione caldissima.

Detto in altri termini, e dietro ogni possibile velo diplomatico, appare evidente la vera natura dell’AUKUS: limitare da vicino l’ascesa della Cina. Non a caso, la prima iniziativa della “triplice alleanza” consisterà nel dotare l’Australia di sottomarini nucleari, un’arma strategica e temibile, al momento posseduta soltanto da sei Paesi al mondo. A monte del patto, appare altrettanto evidente l’esigenza degli Stati Uniti: ristabilire il dominio strategico nelle acque dell’Indo-Pacifico a spese di Pechino, a sua volta desideroso di estromettere gli americani dal proprio “cortile di casa”.

Washington ha recentemente provato a tastare il terreno inviando il vicepresidente Usa, Kamala Harris, in un tour del sud-est asiatico, con il chiaro intento di accaparrarsi le simpatie dei membri Asean (Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico), a discapito della Cina. In precedenza, il governo statunitense aveva appoggiato la Free and Open Indo-Pacific Strategy (Foip), ovvero la Strategia indo-pacifica libera e aperta promossa dal Giappone, sempre per arginare il Dragone. Ricordiamo, poi, che la Casa Bianca può sempre contare sul Quad, il patto di sicurezza formato da varie potenze del solito Indo-Pacifico, fra cui Giappone e India, senza dimenticare, inoltre, i Five Eyes, l’alleanza di sorveglianza e intelligence che comprende Nuova Zelanda, Australia, Canada, Regno Unito e, appunto, Stati Uniti.

Nuovi equilibri

Basta dare uno sguardo alla prima iniziativa dell’AUKUS per capire che cosa potrebbe succedere in Asia. Rafforzare militarmente l’Australia è un segnale evidente di come Washington e Londra vogliano trasformare Canberra in una sorta di cane da guardia delle rotte indo-pacifiche. Non solo: il patto creerà un’alleanza a tre nel cuore del Pacifico, che in futuro non è detto possa includere altri soggetti. E ancora, l’intesa consentirà ai partecipanti di collaborare in settori sensibili come l’intelligenza artificiale e la cybersicurezza.

Biden è stato molto vago nel presentare il piano, parlando di accordo “storico” e di funzione difensiva contro “minacce in rapida evoluzione”. Il riferimento alla Cina è implicito, ma ancora una volta chiarissimo. Tutto questo – si presume – spingerà la Cina a reagire con una mossa simile e contraria. Anche perché, con l’ausilio dei sottomarini nucleari, l’Australia sarebbe in grado di operare nel Mar Cinese Meridionale e infastidire Pechino sia sulla questione delle varie dispute territoriali che sulla questione Taiwan.

Il gigante asiatico ha almeno tre jolly nella manica: 1) può contare sul “cavallo pazzo” Corea del Nord, da liberare contro i rivali locali o calmare a seconda delle esigenze; 2) serrare a doppia mandata l’asse con la Russia, pur tenendo presente una certa ambiguità di fondo da parte di Mosca; e 3) usare tutta la diplomazia possibile per piantare importanti bandierine nel sud-est asiatico, dove molti Paesi Asean dipendono commercialmente ed economicamente dalla Cina, e non dagli Stati Uniti o dal Regno Unito. 

Rischi e reazioni

Gli esperti hanno già definito l’AUKUS come la più grande partnership di difesa stretta dai Paesi da decenni a questa parte. Il rischio più grande di una simile mossa potrebbe essere quello di spingere la Cina verso una pericolosa corsa al rialzo. Sentendosi minacciato, il governo cinese potrebbe, ad esempio, rafforzare il proprio esercito o tirare a lucido nuove armi.

Il portavoce dell’ambasciata di Pechino a Washington, Liu Pengyu, ha affermato che gli Stati “non dovrebbero costruire blocchi esclusivi lesivi degli interessi di terzi e dovrebbero liberarsi della loro mentalità da Guerra fredda e dei loro pregiudizi ideologici”. Ancora più duro il ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian: “Aukus minaccia la stabilità dell’Indo-Pacifico al posto di garantirla e provoca una corsa alle armi. Pertanto è un atto estremamente irresponsabile. L’iniziativa manda in fumo gli sforzi di non proliferazione a livello internazionale”.

E, in effetti, una simile preoccupazione non è soltanto cinese, ma anche di una buona parte della comunità internazionale, la quale ritiene che un patto del genere possa permettere agli Stati di non rispettare impegni sul nucleare. Già, perché grazie all’AUKUS i governi non dotati di armi nucleari potranno rimuovere il materiale fissile dalle scorte monitorare dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica.