Jeremy Corbyn ha, finalmente, rotto gli indugi ed ha confermato che, qualora i Laburisti vincano le elezioni del 12 dicembre, rimarrebbe neutrale nell’eventualità di un secondo referendum sulla Brexit. Il programma politico dei Laburisti, su questo punto, è piuttosto chiaro: negoziazione, entro tre mesi dalla vittoria, di un accordo che preveda un’unione doganale e stretti  legami con Bruxelles ed in seguito referendum popolare confermativo che dovrebbe includere anche un’opzione che permetta al Regno Unito di restare nella Ue. Jeremy Corbyn ha chiarito la sua posizione sul tema nel corso di un dibattito elettorale, che ha visto coinvolti i leader politici dei principali partiti del Regno Unito, svoltosi a Sheffield. La neutralità scelta da Corbyn, però, non sembra la migliore opzione possibile nell’attuale scenario del Paese, che è diviso tra due schieramenti, i Leavers ed i Remainers, sempre più agguerriti.

Una posizione soft

La posizione di Corbyn spicca ancora di più se comparata a quelle di Boris Johnson, leader del Partito Conservatore e di Jo Swinson, a capo dei LibDem. Johnson, ad esempio, non ha mai fatto mistero di voler perseguire un’uscita, senza ulteriori rinvii, del Regno Unito da Bruxelles e di non voler mantener legami molto stretti tra le due entità. La sua perseveranza, che l’ha portato a scontrarsi più volte con la riottosa Camera dei Comuni, è stata di certo apprezzata dai Leavers, in grado di riconoscersi in un leader politico carismatico. Lo stesso discorso, su posizioni ovviamente opposte, può essere fatto per Jo Swinson. I LibDem, infatti, sono il partito politico più importante che ha promesso, in caso di vittoria, di cancellare la Brexit. Una decisione unilaterale e poco democratica, anche perché non terrebbe conto dei risultati del referendum del 2016, ma comunque una scelta di campo netta. Corbyn, invece, è stato meno netto ed ha impiegato più tempo ad assumere una posizione relativamente chiara sul tema: senza dimenticare, poi, che  la scelta tra un accordo con legami stretti o la permanenza nella Ue è comunque poco univoca.

Le conseguenze

Le elezioni legislative del 2019 vengono affrontate dai diversi partiti con programmi elettorali elaborati ma è innegabile che la Brexit abbia monopolizzato buona parte del dibattito elettorale. I Conservatori continuano a prevalere nelle intenzioni di voto, di almeno dieci punti percentuali, mentre i Laburisti inseguono, arrancando e con poche speranze, al momento, di sovvertire degli scrutini il cui risultato sembra già scritto. È possibile che questo stato di cose sia determinato anche dall’atteggiamento di Jeremy Corbyn, fiero e combattivo nel proporre un programma economico genuinamente progressista ma meno schierato sulla Brexit. Un’altra strategia, probabilmente vincente, avrebbe potuto portare i Laburisti ad allearsi con LibDem, Verdi e gli schieramenti progressisti minori e giungere a presentare un solo candidato per collegio elettorale. Un’alleanza progressista salda e radicata, probabilmente, avrebbe portato alla formazione di un blocco politico forte ed alla sconfitta dei Conservatori. Servirà un grande sforzo da parte di Jeremy Corbyn oppure un clamoroso scivolone nel campo conservatore per spostare gli equilibri politici inglesi in vista del 12 dicembre ed al momento sembra piuttosto improbabile che ciò possa verificarsi. Il futuro del Regno Unito è appeso a queste elezioni, che avranno un’importanza fondamentale per gli equilibri politici nazionali e per la stabilita dei diversi schieramenti politici.