Dalla Brexit al sostanziale smembramento del Regno (dis)Unito, dall’inno di Mameli urlato dagli Azzurri come se andassero alla guerra (non solo sportiva) fino ai tanti disordini (non sempre riducibili a mero teppismo da stadio) che stanno caratterizzando gli Europei di calcio, c’è un comune denominatore, troppo spesso dimenticato o sottaciuto, quasi si avesse paura a constatarne l’esistenza: l’eterno, irriducibile ritorno dell’idea di Nazione.Anche nell’era del cosmopolitismo più vuoto e più spinto, la Nazione sopravvive, assurge alla stregua di un bene-rifugio morale, non di rado prospera e fa proseliti. Più volte (e vanamente) condannata all’estinzione, essa è una sorta di fiume carsico della Storia: sembra inabissarsi, scompare solo all’apparenza per poi riemergere e ripresentarsi con vitalità e veemenza.Con la Nazione anche il nazionalismo – sotto varie forme – sta prepotentemente tornando allo zenith. Il che, a ben vedere, non deve sorprendere. Basterebbe tornare a leggere La nazione. Storia di un’idea (Rubbettino, 2007) intenso, illuminante e a suo modo profetico volumetto di Anthony D. Smith, professore emerito di Ethnicity and Nationalism presso l’European Institute della London School of Economics. Lo studioso britannico (sembra quasi un paradosso, all’indomani del referendum del 23 giugno) aveva avvertito anche i più strenui fautori della globalizzazione – sostenitori di un filone culturale neomarxista, modernista e “costruttivista” – che non si sarebbe assistito ad alcun requiem della Nazione. Al di là di facili illusioni e di mal riposti auspici, il complesso mito-simbolo che sostanzia l’idea di Nazione non ha mai smesso, come scrive Smith, di avere potere “su tanti individui nonostante le pressioni esercitate dalla modernità globale per minare il senso del passato e staccarlo dall’immediato presente e futuro”.Perché l’idea di Nazione mantiene questa capacità di resistenza, questa capacità di rinnovarsi e di riproporsi in continuazione? Una prima ragione, tra le tante possibili, risiede in una necessità più diffusa di quanto si sia portati a pensare: mentre ogni identità (a partire da quella di genere) sfuma e scolorisce sotto il peso della globalizzazione e del conformismo, riemerge da più parti un impellente, vitale bisogno di appartenenza. Ad una terra, ad una tradizione, ad un sentimento – tutt’altro che privo di pericoli e degenerazioni -, ad una volontà, ad una eredità di ricordi condivisa, ad una lingua. Ad una Nazione.Ma se l’idea di Nazione – un’idea storicamente antica, già evidente nella Bibbia – conserva tanta fortuna ci sono forse anche ragioni più profonde. L’amor patrio assomiglia molto al legame che unisce figli e genitori, difficile da estinguere. Ogni essere umano è chiamato ad un senso di riconoscenza filiale verso la terra che gli ha dato i natali. L’uomo, scrive Niccolò Machiavelli nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, «non ha maggior obbligo nella vita sua» che con la patria, «dependendo prima da essa l’essere e di poi tutto quello che di buono la fortuna e la natura ci hanno conceduto».E ancora: l’identità nazionale resta, a ben vedere, l’habitat privilegiato dell’individualità storica e, sotto certi aspetti, della democrazia. Come scriveva Ernest Renan – filosofo e storico delle religioni dell’800, fautore di un nazionalismo fondato non sul sangue e sul suolo ma sulla volontà e sulla storia -, la nazione è “un bene, persino una necessità”, nonché effettiva “garanzia della libertà, che sarebbe perduta se il mondo avesse una sola legge e un solo padrone”. Riconoscersi in un’identità nazionale significa in fondo, come sosteneva Federico Chabod, celebrare il diritto della passione “contro le tendenze a livellare tutto”, esaltare l’ammirevole eroismo dell’uomo “che spezza le catene del vivere comune”.Non c’è sviluppo di unità economiche transnazionali e proliferazione di organizzazioni internazionali che tenga. Il senso di nazionalità sembra assurgere a simbolo della rivincita del sentimento sul calcolo economico. L’amor di patria, pietra angolare delle più solide identità storico-culturali, continua a manifestarsi in molti modi. L’era delle nazioni – come già scriveva Anthony D. Smith nel momento in cui il vento della Storia sembrava favorire cosmopolitismo e globalizzazione – è tutt’altro che finita. Uno scenario mondiale sovranazionale o addirittura post-nazionale è ancora di là da venire. Piaccia o meno.