Il meeting Nato di Londra del prossimo 3-4 dicembre sarà cruciale per focalizzare al meglio le priorità dell’Alleanza nel prossimo futuro. Un meeting in cui la Nato cercherà di nuovo di confermare le proprie priorità strategiche, le sue minacce e a valutare un possibile allargamento.

Il tema cardine dell’incontro rimarrà il rapporto con la Russia di Vladimir Putin, specialmente per quel che riguarda alla sicurezza dei Paesi europei che costituiscono la “frontiera orientale” della Nato. Proprio dal Baltico, dalla Polonia e dalla Romania arrivano, infatti, le maggiori richieste di aumentare il dispiegamento di truppe in quell’area per scongiurare ogni possibile aggressione russa.

Le capacità militari

Ma la Russia è considerata una potenziale minaccia dalla maggioranza dei Paesi europei, a maggior ragione del fatto che è decaduto il Trattato Inf a causa del dispiegamento del missile 9M729 Novator che viola le clausole dell’accordo in vigore dal 1987. Il ritorno in servizio dei missili a raggio intermedio (Irbm, Intermediate-range ballistic missile) ha fatto sì che tutti i Paesi europei siano potenzialmente un bersaglio. Potenziare le difese antimissile balistico è cruciale per mantenere la sicurezza di tutta Europa, e certamente questo sarà uno dei temi centrali nel prossimo meeting Nato di Londra.

Oltre alla difesa fisica, tra gli obiettivi futuri dell’Alleanza Atlantica c’è il potenziamento delle capacità cyber delle forze armate dei diversi Stati membri, continuando a investire nel centro di eccellenza che si occupa di cyber defence a Tallin, in Estonia. Raggiungere un elevatissimo livello di capacità a livello di cyber security è considerato un traguardo da raggiungere il prima possibile, anche perché questo permetterebbe di assicurare una rapida e precisa difesa anche da potenziali attacchi non convenzionali alle infrastrutture di rete e ai sistemi informatici. Continuare nel processo di adattamento dei comandi e della struttura organizzativa alle mutazioni in corso nel sistema internazionale e nel concetto stesso di guerra, sarà un altro tema centrale anche per dimostrare il rinnovato impegno della Nato ad assicurare la difesa collettiva. Riuscirci significherà anche inviare un nuovo segnale alla Russia, ma anche agli altri Stati (e non) che minacciano la sicurezza internazionale.

Il problema dell’Iran

Nel futuro dell’Alleanza Atlantica, infatti, oltre alla risoluzione del conflitto in Afghanistan e al proseguimento della guerra al terrorismo, vi sarà sicuramente anche l’Iran. Se non saranno trovate soluzioni in questi mesi è praticamente certo che gli Stati Uniti cercheranno di fare pressioni su tutti gli alleati per convincerli ad aumentare la pressioni economica sul governo di Teheran, così da obbligarlo a scendere a trattative per fermare il programma nucleare. Un tentativo che potrebbe essere anche fruttoso dato che, come ha spiegato il segretario generale Nato Jens Stoltenberg nel luglio scorso, tutti gli Stati membri hanno espresso preoccupazione per le attività dei pasdaran nella zona dello stretto di Hormuz, al momento “ferme” a causa dell’avvio della missione voluta da Trump e dell’attacco cibernetico statunitense che ha portato alla cancellazione dei dati sulle petroliere che navigano nella zona. La stessa preoccupazione c’è anche per quel che riguarda il programma nucleare che, nonostante l’accordo siglato del 2015, è proseguito con pochi intoppi.

Presto l’allargamento nel Caucaso?

Ma nel futuro della Nato ci sono anche questioni puramente politiche da risolvere. Nel prossimo summit sicuramente si parlerà del futuro allargamento e del potenziale ingresso della Georgia. Ovviamente non è stata ancora preparata una road map verso l’estensione al Paese del Caucaso e, presumibilmente, fino alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti di novembre 2020 non ci saranno grandi passi avanti, ma probabilmente chiunque sarà l’inquilino della Casa Bianca verrà data l’opportunità alla Georgia di entrare nella Nato. Mossa che da un lato rafforzerebbe le capacità e la solidità dell’Alleanza, ma dall’altro potrebbe far aumentare i dissidi con Mosca. Il maggiore ostacolo all’allargamento alla Georgia, infatti, è rappresentato dai rapporti tesissimi con la Russia e dal fatto che le forze armate russe sono presenti in Ossezia del Sud e Abcasia.

L’ingresso della Georgia nella Nato rischierebbe, di fatto, di congelare lo status quo post-seconda guerra dell’Ossezia del Sud. Se la Georgia dovesse entrare nell’Alleanza Atlantica a “rimetterci” sarebbero le politiche verso la “sponda sud”. Se già ora per i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo è difficile far sentire la propria voce nel corso dei meeting Nato, nel caso in cui venisse aggiunto un altro Stato confinante con la Russia porterebbe a un ulteriore spostamento verso est della “frontiera”.

Le divergenze economiche

Nonostante sia centrale nella politica statunitense, la Cina dovrebbe rimanere esclusa dalle logiche Nato non essendo considerata a tutti gli effetti una minaccia per la sicurezza dell’Europa e dell’Atlantico. Ma non è detto che lo rimarrà anche in futuro. Questo potrebbe aprire nuove piccole divisioni interne tra i Paesi Nato, soprattutto tra chi vede negli investimenti cinesi un’opportunità e chi, seguendo la linea statunitense, vorrebbe evitare che Pechino entri in Europa. Essendo 28 gli Stati membri, è normale che vi siano delle divergenze politiche interne.

Il contrasto paradossalmente maggiormente pericoloso è di carattere economico e tra gli obiettivi del prossimo meeting, e di quelli che seguiranno, deve esserci quello di far sì che venga trovata una soluzione a questo “problema”. I Paesi europei, specialmente quelli occidentali (a esclusione di Francia e Regno Unito), dovrebbero garantire agli Stati Uniti un aumento delle spese militari in modo tale da avvicinarsi al 2% del Pil per la Difesa richiesto dalla Nato; al tempo stesso dovrebbe essere rimessa al centro di tutto la sicurezza collettiva di tutti i membri, investendo risorse affinché diventi possibile avere una piena e adeguata prontezza operativa in tutti i contesti.