La NATO, geograficamente parlando, ha individuato tre fronti lungo i quali sono presenti instabilità e criticità relative alla propria sicurezza. Oltre all’ormai ben noto fronte orientale, dove la Russia rappresenta la minaccia da contrastare già prima dell’inizio del conflitto in Ucraina, sono considerati fronti di interesse strategico per le dinamiche instauratesi quello settentrionale – l’Artico – e quello meridionale, che corre dal Medio Oriente al Nord Africa.
L’Italia, da tempo, ha individuato nel Mediterraneo Allargato il suo ambito strategico principale – e più recentemente nell’Indo-Pacifico quello collaterale, data la continuità geografica del mare e data l’interdipendenza economica. Esso è una vasta area incentrata nel Mar Mediterraneo che comprende tutta la porzione settentrionale del continente africano, il Medio Oriente e si spinge sino al Golfo Persico e mari contigui, sino – a seconda delle vedute – alla costa occidentale del subcontinente indiano.
Il nostro Paese ha da tempo sollevato in sede NATO la necessità di un’azione collegiale per contrastare le minacce provenienti dai quadranti meridionale ed orientale del Mediterraneo e dal suo prolungamento rappresentato dal Mar Rosso e Golfo di Aden: traffici illeciti, pirateria, destabilizzazione diffusa e veri e propri conflitti aperti sostenuti e perpetrati da avversari sistemici dell’Alleanza.
La sicurezza della regione meridionale mediterranea rappresenta non solo la sicurezza del nostro Paese, ma dell’intero continente europeo: se pensiamo infatti alla penetrazione russa in Libia e in Sudan, essa porta con sé non solo la continuazione di conflitti intestini – e relative crisi migratorie ed energetiche – ma anche la possibilità di vedere basi permanenti russe da cui poter colpire direttamente il territorio della NATO. Pensiamo ad esempio proprio alla Libia, dove la Russia è riuscita ad ottenere dal governo del generale Khalifa Haftar l’utilizzo di una base aerea nel territorio incuneato tra Ciad e Sudan: oltre a base di appoggio per le proprie PMC, Mosca ha ottenuto un punto stabile da cui poter in futuro puntare i propri missili da crociera (ad esempio il tipo Iskander-K).
La ricerca di un porto dove stabilire le proprie unità della Flotta del Mar Nero sfrattate dalla Siria, vede ancora nella Libia di Haftar un luogo privilegiato: in quel caso, avremmo i sottomarini e le fregate lanciamissili da crociera (tipo Kalibr) a poche centinaia di chilometri dalle nostre coste e a una manciata dalle nostre isole di Pantelleria e Lampedusa, importanti e strategici presidi che il nostro Paese dovrebbe pensare di rendere bolle Anti Access/Area Denial, come già affermato da queste colonne.
Roma ha più volte, nel corso degli ultimi anni, speso risorse politiche e intellettuali per aumentare la consapevolezza della fragilità del Fronte sud dell’Alleanza in seno alla NATO, ma con scarsissimo successo. Se andiamo a vedere non solo le mosse, ma anche le nomine interne, noteremo che fatto salvo l’eccezione più unica che rara rappresentata dall’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone a capo del Comitato Militare della NATO, nell’Alleanza si parla poco “italiano” e molto le lingue dell’Europa orientale. Anche nei documenti, pubblicati a seguito dei vari summit, il Fronte meridionale è silenziosamente sparito per lasciare il posto all’emergenza rappresentata dalla minaccia russa. L’ingresso di Svezia e Finlandia nell’Alleanza non ha fatto altro che peggiorare questa situazione, portando nel consesso atlantico le ulteriori preoccupazioni – non infondate – di Stoccolma ed Helsinki.
Basterebbe anche solo dare uno sguardo al numero di assetti ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance) che la NATO quotidianamente dedica al fronte orientale rispetto a quello meridionale per capire come la sponda sud del Mediterraneo sia sostanzialmente abbandonata a sparute presenze multinazionali più o meno legate alla cronaca o a esercitazioni congiunte predeterminate, che hanno sì lo scopo di simulare diversi scenari e di esprimere deterrenza, ma che fattualmente non rispondono a una strategia.
L’UE, invece, al momento è molto più attiva da questo punto di vista, ma manca di un vero e proprio coordinamento politico che esuli dalle varie missioni EUNAVFOR. Le manca, detto in altre parole, un piano programmatico per il Fronte sud al pari della NATO.
L’Italia pertanto dovrebbe non spendersi più per bussare a una porta che non si aprirà mai, almeno finché nella Bruxelles atlantica qualcuno non capirà che occuparsi del fronte meridionale significa anche contrastare la Russia e costringerla a farle spendere più risorse di quanto non farebbe, e procedere in autonomia per quanto possibile, cercando di trovare un terreno comune con quei due o tre Paesi atlantici che hanno tutto l’interesse a una stabilità a Sud (ad esempio Grecia, Turchia e Spagna), ma soprattutto cercando di stringere accordi bilaterali (o trilaterali ove possibile) coi Paesi dell’altra sponda del Mediterraneo.
Roma dovrebbe recuperare il suo soft power, fatto di accesso al mercato comune europeo, formazione culturale e capacità infrastrutturale, per penetrare in quei Paesi che possono contribuire a generare stabilità nel continente nordafricano. Non ci stancheremo mai di ripetere che l’aspetto culturale deve essere il leitmotiv di questa penetrazione: bisogna formare le classi dirigenti di quei Paesi portando i loro giovani in Italia. In questo modo si costruirà una élite che, tornata in Patria, oltre a contribuire al benessere generale sarà in qualche modo legata al nostro Paese. L’impalcatura per procedere in tal senso esiste già, e si chiama “Piano Mattei”. Per inciso sarebbe consigliabile (perché possibile) espandere questa architettura oltre il continente africano arrivando a toccare alcune nazioni nell’Indo-Pacifico che sono in bilico tra gravitare nell’orbita cinese o in quella statunitense.

