Dopo la ministeriale Nato del 2 aprile scorso quando si sono incontrati -in videoconferenza i ministri degli Esteri dei vari Paesi, oggi si sono incontrati i titolari dei dicasteri della Difesa. L’obiettivo dell’incontro era di valutare e coordinare le iniziative prese dai vari governi e dalla Nato per contenere la pandemia da coronavirus, così come analizzare nel dettaglio quelle che potranno essere le conseguenze a medio-lungo periodo di questa crisi. Una necessità che inizia a emergere mentre la diffusione in molti Stati inizia a rallentare, avvicinando il mondo verso una lunga ripartenza.
Ovviamente finché non sarà sviluppato e distribuito un vaccino funzionante contro il Covid-19 non potrà essere abbassata la guardia, motivo per il quale all’ordine del giorno della riunione ci sono anche le contromisure da prendere per evitare l’esplosione di nuovi focolai e come migliorare il coordinamento sotto l’egida dell’Alleanza Atlantica.
La sfida economica e industriale
Al tempo stesso, però, i ministri della Difesa dei 30 Paesi Nato metteranno sul tavolo le possibili iniziative volte a ridurre gli impatti a medio-lungo termine sulla sicurezza internazionale. Alcuni temi di intervento saranno il contrasto alla disinformazione e l’aumento della resilienza degli Stati nei confronti di crisi su larga scala, non solo economiche o sanitarie. Il timore è che alcuni Paesi possano approfittarsi della situazione di debolezza che seguirà l’attuale recessione economica, che porterà a una possibile riduzione degli stanziamenti (già di per sé esigui) per la difesa sui bilanci dei diversi Paesi. La Russia, ma soprattutto la Cina -che nonostante il Coronavirus ha mantenuto in funzione la quasi totalità delle attività produttive e finanziarie- potrebbero aumentare le loro capacità militari e tecnologiche, incrementando l’assertività delle loro politiche estere. Questa la reale preoccupazione strategica dell’Alleanza atlantica.
Mettere in campo politiche che mirino a ridurre eventuali choc economico-militari è di importanza fondamentale per la Nato per evitare che questi timori si tramutino in realtà. Anche perché, secondo le stime dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) e del Fondo Monetario Internazionale, questa crisi avrà effetti sui Pil di gran lunga maggiori rispetto a quelli della crisi del 2008. Ridurre le spese militari potrebbe rappresentare la soluzione più semplice e immediata, ma al tempo stesso rischierebbe di generare effetti collaterali più gravi esponendo la Nato al rischio di non avere gli strumenti necessari a fronteggiare un’eventuale minaccia russa o cinese.
Questo perché eventuali tagli alla Difesa non rappresenterebbero solamente la decisione di ridurre gli impegni in scala internazionale, ma anche di limitare la ricerca e sviluppo delle nuove tecnologie, tema su cui Pechino sta investendo ingenti risorse al fine di superare come capacità gli Stati Uniti (e di conseguenza la Nato). La deterrenza e le capacità difensive non possono essere messe in secondo piano in nessuno dei 30 Paesi membri dell’Alleanza Atlantica. Anzi, la crisi dovuta al Covid-19 può essere presa come punto di partenza -come prospettato in una recente pubblicazione del German Council on Foreign Relations – per rafforzare la base industriale della Difesa in Europa (così come negli Stati Uniti), indirizzandola maggiormente verso lo sviluppo di tecnologie di nuova generazione. La condivisione e la cooperazione industriale darebbe modo di far fronte comune economicamente nella ricerca e nello sviluppo, riducendone l’impatto sui rispettivi bilanci statali.
Le minacce che permangono
Preoccupazioni queste collegate direttamente al fatto che la pandemia non ha messo in secondo piano il principale obiettivo della Nato, ovvero la Russia: sia nel Mar Nero che in tutta l’Europa Orientale. Una “minaccia” che come ha spiegato il segretario generale Jens Stoltenberg deve essere “affrontata ora e che rimarrà anche a crisi finita”. La sfida dell’Alleanza atlantica, in questa fase, sarà dunque quella di aumentare gli investimenti affinché sia possibile rendere la società e il tessuto industriale maggiormente resilienti a futuri choc: con l’obiettivo di evitare di lasciare strada ai competitor internazionali come Russia e Cina.
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