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Tra martedì e mercoledì si è tenuto il vertice dei ministri degli Esteri dei Paesi della Nato, a cui hanno partecipato anche delegati di Finlandia, Svezia e Unione europea. Tra i vari argomenti sul tavolo di discussione, quello preponderante sembra essere, ancora una volta, la Russia.

In apertura dei lavori era stato proprio il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg, a fissare i punti salienti. Stoltenberg ha riferito alla stampa presente che la Nato deve “essere audace e ambiziosa per costruire un’Alleanza più forte per il futuro” perché “viviamo in un mondo più pericoloso e competitivo, dove le sfide non conoscono confini”. Il segretario ha voluto rimarcare che queste sfide sono rappresentate dalle “attività destabilizzanti della Russia, dalla minaccia del terrorismo, da sofisticati attacchi informatici, da nuove tecnologie distruttive, e dall’ascesa della Cina” oltre a citare il cambiamento climatico.

Gli obiettivi secondo Stoltenberg

Quello che sta attraversando la Nato, infatti, è il suo più grande adattamento dalla Guerra Fredda, cominciato – non a caso – nel 2014, ovvero quando proprio la Russia ha annesso la Crimea con un magistrale “colpo di mano”.

Questo “adattamento”, rappresentativo di una nuova visione strategica, ha un nome: “Nato 2030”. A fianco dell’inquadramento delle minacce per l’Alleanza, sempre Stoltenberg ha tenuto a sottolineare che per sostenere ulteriormente questo cambio di passo, la Nato sta discutendo di come aumentare i finanziamenti comuni per la deterrenza e la difesa, con un occhio particolare rivolto alle infrastrutture più critiche, come quelle energetiche e delle telecomunicazioni (stava sicuramente pensando al 5G) per le quali si deve “garantire standard minimi” di sicurezza. Pertanto c’è “bisogno di maggiori investimenti per assicurarci di mantenere il nostro vantaggio tecnologico”.

Il programma, perché così si può definire, Nato 2030 riguarda anche la protezione dell’ordine basato su regole, che, dice ancora il segretario “viene sfidato da potenze autoritarie come Cina e Russia”. Quindi l’Alleanza deve “lavorare ancora più da vicino con partner che la pensano allo stesso modo in tutto il mondo (il riferimento è ai Paesi dell’Estremo Oriente come Giappone, Australia, Corea del Sud e Nuova Zelanda n.d.r.) e sostenere i nostri vicini con più formazione e rafforzamento delle capacità”.

L’eterno braccio di ferro con Mosca

Il rapporto tra Nato e Russia è difficile da tempo ormai, e secondo Stoltenberg questo è il risultato del comportamento di Mosca, che viola la legge internazionale, usa la forza militare contro i vicini (Georgia e Ucraina), ma è anche responsabile di azioni aggressive contro gli stati membri e alleati della Nato attraverso attacchi cibernetici, interferenze nei nostri processi politici interni e così via.

Questo modello di comportamento russo nel corso di alcuni anni, riferisce il segretario, ha innescato il più grande adattamento della Nato, con un’elevata mobilitazione delle forze, con il dispiegamento di gruppi tattici lungo i confini orientali dell’Alleanza e con un aumento della spesa per la Difesa. Stoltenberg prosegue il suo discorso senza mezzi termini: “il presidente Putin è ovviamente il responsabile ultimo di tutte le azioni intraprese dallo Stato russo. E abbiamo visto un modello di comportamento aggressivo, inclusi tentativi e uccisioni mirate di oppositori” aggiungendo anche un elemento cruciale, ovvero quello delle presunte taglie per l’uccisione dei soldati della Nato in Afghanistan messe da Mosca.

La Nato quindi continuerà ad avere un approccio “fermo” con la Russia – per non dire “duro”- ma allo stesso tempo continuerà a perseguire un duplice approccio: deterrenza, difesa e dialogo, perché, dice ancora Stoltenberg “dobbiamo parlare con la Russia”. Questo include, ovviamente, il controllo degli armamenti e nell’Alleanza ci si rallegra che, nonostante tutte le difficoltà e le crescenti tensioni, Stati Uniti e Russia, siano stati in grado di concordare l’estensione del nuovo accordo Start.

Le richieste al Cremlino

Nella giornata di mercoledì i toni del segretario sono stati ancora più perentori, se possibile. Al termine delle consultazioni ha detto, sempre riferendosi a Mosca, che la Nato chiede “l’immediato rilascio di Alexei Navalny e di altri manifestanti pacifici che sono stati arrestati”. Ribadendo quella che è l’attività di destabilizzazione dei suoi vicini, tra cui Ucraina, Georgia e Repubblica di Moldova, il segretario ha aggiunto che Mosca sostiene la repressione del dissenso in Bielorussia e cerca di interferire nella regione dei Balcani occidentali.

La Russia, per la Nato – ma forse più per Stoltenberg – resta quindi l’avversario principale perché “si rafforza militarmente dal Baltico al Mar Nero dal Mediterraneo all’Artico, ed è presente in Medio Oriente e Nord Africa”. Stoltenberg ha aggiunto che “continueremo a lavorare con l’Ue e i nostri stretti partner, per assicurarci di rispondere insieme alle azioni della Russia”.

“Dimenticati” gli altri fronti caldi

Per il momento sembra esserci poco spazio per gli altri “fronti caldi” nella mente del segretario, nonostante la scaletta del vertice: per quanto riguarda la Cina si è limitato a dire che “abbiamo bisogno di accordi che coprano più armi e più nazioni come la Cina” mentre sull’Afghanistan ha riferito che “tutte le opzioni sono sul tavolo” ma che c’è una stretta collaborazione con gli Stati Uniti. Proprio su quest’ultimo punto è stato sottolineato più volte, nel corso della due giorni di colloqui e da rappresentati diversi, come ci sia un cambio di atteggiamento nelle relazioni transatlantiche: Stoltenberg e il segretario di Stato americano Antony Blinken hanno più volte rimarcato come ci sia la volontà di aprire una nuova era tra Bruxelles e Washington dopo l’unilateralismo e “isolazionismo” dell’ex presidente Donald Trump.

Blinken ha infatti detto che “nessun Paese e nessun continente può affrontare da solo queste sfide. Non l’Europa da sola. Non l’America da sola. Ma Europa e America insieme, nella Nato” e c’è bisogno di “assicurarci di rimanere forti sia come alleanza militare che politica”. Il segretario di Stato ha detto di essere “venuto a Bruxelles perché gli Stati Uniti vogliono ricostruire le nostre partnership. Prima di tutto, con i nostri alleati della Nato. Vogliamo rivitalizzare l’Alleanza, per assicurarci che sia forte ed efficace contro le minacce di oggi come lo è stata in passato. C’è un tema comune o una parola comune e questo è “insieme””.

Da quello che è stato rivelato delle tematiche del vertice sembra, ancora una volta, che il “Fronte Sud”, sia stato messo da parte. Stoltenberg ha infatti detto che “il lavoro della Nato con i partner in Medio Oriente e Nord Africa è un altro contributo alla lotta contro il terrorismo internazionale” e che “i ministri faranno quindi il punto sul nostro sostegno a partner chiave come Iraq, Giordania e Tunisia”. Alla Nato si considera cosa fare di più su diversi fronti, che il segretario ha individuato nella Norvegia e Islanda a nord, Turchia a sud, ma anche Stati Uniti, Canada e Regno Unito a ovest, “tutti fondamentali per la difesa e la protezione dell’Europa”.

Il Mediterraneo dimenticato

Però Stoltenberg dimentica che il “Fronte Sud” non è rappresentato solo dalla Turchia, anche se per via dell’attuale situazione di “tensione” all’interno dell’Alleanza proprio per il comportamento di Ankara (S-400, Mediterraneo Orientale, Libia) è comprensibile che, a livello comunicativo, dovesse citarla per raffreddare il clima. Il “Fronte Sud” della Nato, così come quello dell’Europa, è in un altro continente, nel Nord Africa, ed è imperniato nel Mediterraneo. Solo poche parole sono state spese dal segretario Stoltenberg per quanto riguarda il Sahel – da cui provengono i flussi migratori ma anche minacce terroristiche, e la Francia lo sa bene – o per la questione libica, sbrigativamente risolta con un generico riferimento all’Onu e al nuovo governo di Tripoli.

Siamo certi che il segretario abbia ben presente, vista quella che sembra essere una sua personalissima ossessione per la Russia, che proprio Mosca in quel continente è sempre più attiva, e pertanto, da italiani, avremmo preferito più attenzione a delle tematiche che non riguardano direttamente solo noi, ma tutta l’Europa. Senza considerare la Cina, che si è affacciata in Europa non solo attraverso le vie commerciali – compreso il delicato 5G – ma anche militarmente: da un lustro a questa parte si cominciano a vedere navi militari con la bandiera rosso-stellata nel Mediterraneo e nei suoi mari contigui, e pertanto dovrebbe valere la pena spendere, almeno, altrettante parole per il “dossier cinese”.

Invece l’attenzione è stata posta ancora una volta sulla Russia, affermando che la Nato sostiene gli sforzi della Georgia per aderire all’Alleanza, e che l’Alleanza sostiene la Georgia in diversi modi, anche agevolando le riforme e rafforzando le istituzioni democratiche. La stoccata finale a Mosca è stata data quando Stoltenberg ha ribadito che “è un diritto sovrano di ogni nazione, compresa la Georgia ovviamente, o l’Ucraina o la Bosnia-Erzegovina, scegliere la propria strada”, riferendosi proprio alla possibilità che entrino nella Nato come membri a tutti gli effetti.

I rischi di spingere il nemico nell’angolo

Per carità, si tratta di un diritto sacrosanto, quello di un Paese di autodeterminare il proprio destino, però dall’altra parte ci vorrebbe più senso critico e capire che certi “sostegni” possono spingere “il nemico” in un angolo, e storicamente non è mai stata una buona idea. Anche la presenza dell’inviato ucraino, che ha espresso preoccupazione per l’erosione del cessate il fuoco nell’Ucraina orientale, è un fortissimo segnale che si vuole dare al Cremlino. La Nato, in questo particolare ambito, ha ribadito il pieno sostegno alla sovranità e integrità territoriale dell’Ucraina e ha accolto con favore l’alto livello di dialogo e cooperazione tra l’Alleanza e Kiev sulla sicurezza nella regione del Mar Nero, che rimane una priorità per la Nato, come abbiamo avuto modo di analizzare recentemente.

Non bisogna fraintendere: in Crimea e nel Donbass c’è stata una vera e propria aggressione da parte di Mosca (una riuscita bene, l’altra no), ma il ritorno ad uno status quo ante non è possibile ottenerlo con l’ingresso dell’Ucraina nell’Alleanza, che spingerebbe la Russia in un vicolo cieco molto pericoloso: abbiamo già avuto modo di dire che l’Ucraina, come la Bielorussia, rappresentano “le porte di ingresso” verso il cuore pulsante russo, situato “al di qua” degli Urali, e se Mosca, che ha già perso Kiev, dovesse vederla entrare nell’Alleanza si sentirebbe direttamente minacciata, con conseguenze poco prevedibili.