Un filo rosso lega, o meglio collega, il Mar Mediterraneo al Mar Cinese Meridionale. Da ovest a est, penetra il Canale di Suez, sfocia nell’Oceano Indiano, attraversa lo Stretto di Malacca e, infine, termina nei porti cinesi, da Quanzhou ad Haikou, passando per Guangzhou. È il filo invisibile che, ormai da qualche anno, unisce la Cina all’Europa, via Asia, via Medio Oriente e via Africa.

È la Nuova via della Seta, la Belt and Road Initiative (BRI) riadattata al contesto marittimo, la cosiddetta Maritime Silk Road, o Via della Seta marittima. Stiamo parlando del mastodontico progetto economico-infrastrutturale lanciato da Xi Jinping nel 2013. Un piano ambizioso, fluido e in continua evoluzione, nato con l’intenzione di connettere la Cina del XXI secolo, sempre più potenza globale, a tre continenti: Asia, Africa ed Europa.

La BRI può essere letta utilizzando due lenti differenti. Nel primo caso – questa è la lettura che fa Washington – ci troviamo di fronte a un palese tentativo cinese di espandere la propria influenza nel mondo intero, accaparrarsi fette di Occidente e dare così scacco matto agli Stati Uniti, soli e isolati. Nell’altro – e questa è la lettura cinese – siamo al cospetto di un’iniziativa collettiva, alla quale tutti possono partecipare senza alcun obbligo, per offrire alla comunità internazionale un’idea di futuro migliore, ricco di opportunità e pieno di relazioni win-win.

La digressione sulla Nuova via della Seta, e quindi sulla sua derivata marittima, era necessaria per spiegare perché le prossime due aree geopoliticamente rilevanti saranno proprio il Mar Mediterraneo e il Mar Cinese Meridionale. È qui, più che altrove, che nei prossimi mesi andrà in scena la battaglia invisibile tra Stati Uniti (più alleati occidentali) e Cina per il predominio di due regioni altamente strategiche. Per fini economici, commerciali e non solo.

La Nato e il Mar Cinese Meridionale

Il messaggio lanciato dal segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, non ha bisogno di troppe parafrasi. “La Nato sarà chiamata a occuparsi sempre più della sfida cinese, adattando il suo approccio strategico. Dovrà inoltre stringere un rapporto più stretto con Giappone, Australia e India”, ha dichiarato presso il Council on Foreign Relations di New York. Significa che l’Alleanza atlantica ha un nuova ed esplicita missione: contenere Pechino. Nel frattempo, anche Joe Biden sembra muoversi sulla stessa traiettoria tratteggiata da Stoltenberg. Il presidente ha presieduto un summit mondiale, il primo, assieme ai leader di Giappone, India e Australia.

Questi non sono tre Paesi a caso, ma i tre pilastri del primo muro di difesa americano nell’Indo-Pacifico: il Quad. Ciascun membro del Quadrilatero avrà presto un ruolo preciso. C’è Nuova Delhi, incaricata di produrre più vaccini così da garantire la loro distribuzione in Asia e, al tempo stesso, frenare la diffusione dei vari sieri sviluppati da Sinopharm, Sinovac e Cansino nella regione. E poi ci sono Tokyo e Canberra, funzionali, tanto da un punto di vista economico che da quello politico, a un’eccessiva espansione cinese nell’area.

Gli Stati Uniti, insomma, vorrebbero riadattare la Nato a “cane da guardia” dell’Estremo Oriente. Attenzione però, perché in Europa diversi Paesi mostrano evidenti resistenze a un simile piano. A cominciare dalla Germania di Angela Merkel, deus ex machina del recente accordo sugli investimenti Ue-Cina. Ci sarà quindi da capire come Washington riuscirà a coordinare Quad e Nato in un teatro a dir poco incandescente.

L’Italia e i movimenti nel Mediterraneo

La situazione è complessa anche nel Mar Mediterraneo, tirato in ballo solo per il tema immigrazione, ma in realtà al centro di giochi geopolitici grandissimi. Si parte con i giacimenti petroliferi e le altre risorse da sfruttare, per poi passare al controllo dei porti strategici e quindi delle rotte economiche marittime in grado di indirizzare i flussi commerciali in una direzione piuttosto che in un’altra. È qui che entra in gioco la Cina, la cui presenza, pur ufficialmente giustificata dall’intenzione di voler vigilare sul cessate il fuoco in scenari critici, ha iniziato a essere sempre meno gradita agli occhi degli Stati Uniti.

Repubblica ha citato quanto recentemente accaduto al largo del Libano, dove opera la task force navale della missione Unifil, cioè i caschi blu delle Nazioni Unite chiamati a spegnere i focolai di tensione lungo la frontiera israeliana e contrastare i traffici di armi destinati alle milizie libanesi. Il team è formato da navi greche, tedesche, turche e via dicendo. Solo che, alla fine del 2020, l’Indonesia, coinvolta nella missione, ha chiesto di volersi ritirare. Poco dopo, i cinesi hanno offerto di inviare in loco una loro fregata per rimpiazzare gli uscenti.

 

Questa proposta ha letteralmente mandato nel panico la Nato e Washington, già sono diffidenti nei confronti del Dragone, presente nel Corno d’Africa con la base di Gibuti. Proprio da qui, negli anni passati, sono partite spedizioni cinesi per proteggere i mercantili battenti bandiera di Pechino da eventuali attacchi pirati. Spedizioni, tuttavia, che hanno finito per solcare anche le acque del Mediterraneo in almeno tre occasioni: nel 2011 in Libia, nel 2013 a Malta e in Marocco, nel 2015 vicino al porto di Taranto, senza poi contare le esercitazioni con tanto di soste ad Alessandria d’Egitto.

Torniamo alla candidatura avanzata da Pechino per sostituire le navi indonesiane nei pressi del Libano. Secondo alcune indiscrezioni, per sventare la presenza cinese nell’area – una situazione, come detto, assolutamente non vista di buon occhio dagli americani – l’Italia ha avanzato la proposta di inviare una fregata della Marina Militare per rimpiazzare il posto vacante lasciato da Giacarta. Considerando che Roma  ha il comando del contingente Unifil, e schiera il più alto numero di caschi blu sul confine israeliano, ci sono buone chance affinché l’offerta venga accettata. In seguito all’ipotetico via libera delle Nazioni Unite, si dovrà attendere l’approvazione del Parlamento europeo.

Dunque: la Nato e il Quad per arginare la Cina nell’Indo-Pacifico, l’Italia per scardinare i piani di Pechino nel Mediterraneo. Resta da capire se una mossa del genere sarà vantaggiosa per tutti gli attori coinvolti (dall’Italia al Giappone passando per l’Australia) o solo per alcuni (Stati Uniti in primis). L’Italia potrebbe tornare protagonista nel Mediterraneo Orientale, ma guastare i rapporti con la Cina, potenzialmente utili tanto dal punto di vista sanitario (questione vaccini) che da quello economico (export italiano oltre Muraglia).